Avitabile: l'intelligenza artificiale è maschile, narcisista e ci toglie libertà | Giulia
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Avitabile: l'intelligenza artificiale è maschile, narcisista e ci toglie libertà

Non ci sono dubbi, la rivoluzione digitale in atto è discriminatoria soprattutto per le donne, in quanto emula i dati immessi dalla globalità delle persone che, a loro volta, ripropongono i pregiudizi abituali. I dati sono il nuovo oro, producono profitto per una ristretta oligarchia. Il neocapitalismo digitale è il più potente della storia ed ambisce al controllo totale del consenso. Non è una visione distopica, ma una conseguenza oggettiva dell’assenza di partecipazione ai processi. Ne abbiamo parlato con Luisa Avitabile, filosofa del diritto, con il primato di essere la prima donna eletta Preside della Facoltà di Giurisprudenza all’Università Sapienza di Roma

Avitabile: l'intelligenza artificiale è maschile, narcisista e ci toglie libertà
Foto di Robb Miller su Unsplash
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Monica Soldano Modifica articolo

24 Febbraio 2026 - 13.02


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Luisa Avitabile è una filosofa del diritto scrupolosa. Nel suo ultimo saggio “Eutanasia del diritto?”, editore Giappichelli, indaga l’introduzione strutturale della IA in una nuova architettura del diritto, che rischia di snaturarlo. L’abbiamo intervistata  a “Dialoghi sulla Giustizia”, organizzato da Noi Rete delle Donne, che utilizza il metodo dell’analisi dei contesti per valutare la direzione da prendere.

Luisa Avitabile.

Il nuovo mondo prodotto dalla rivoluzione digitale, e in particolare dalla IA, può essere più equo ed in qualche modo migliore per le donne?

La rivoluzione digitale in atto è discriminatoria soprattutto per le donne, in quanto molto spesso anello debole dal punto di vista socio-economico. Il presente è una ripetizione del passato, mera e fisiologica trasposizione dei dati circolanti. L’algoritmo assembla, non giudica, non dubita non dialoga, non è creativo: è una macchina che imita l’intelligenza umana; non si interroga sulle diseguaglianze, non pone domande sulla regolamentazione dei poteri.

Come funziona?

Di certo, la IA non viene da un altrove, ma si nutre letteralmente di noi, attraverso i nostri dati: tutti quelli che generosamente regaliamo alle piattaforme, nella nostra vita quotidiana, chiedendo in cambio servizi, ma in un rapporto non paritario. I nostri dati hanno un valore economico non banale: immessi continuamente, rendono possibile un controllo ed una sorveglianza totalizzante.

Si può parlare di un nuovo capitalismo?

Si discute di “capitalismo della sorveglianza”. I nostri dati sono attualmente il vero oro, non ci sono dubbi. I capitalismi, nella storia, hanno sempre diviso la società in dominanti e dominati, in muscolarmente forti e deboli, dove le donne non hanno mai avuto un ruolo peculiare. Chi oggi governa gli algoritmi, sotto forma di intelligenza artificiale, è una élite, un potere sotteso al digitale. Da una parte cediamo dati, dall’altra esigiamo sicurezza, con la conseguenza che, quasi coattivamente, continuiamo a lasciarci tracciare in una profilazione continua.È una delega, in bianco.

Quindi siamo liberi o meno liberi?

Se diventiamo prevedibili non siamo liberi. La mia libertà personale nasce dalla mia imprevedibilità e dalle mie intenzioni. Se sono imprevedibile ed incalcolabile sono libero, ma se la cospicua quantità di dati ceduti senza alcun corrispettivo mi rende prevedibile e codificato, allora posso perdere la mia anima libera. Esteriorizzo continuamente ciò che sono, lo trasferisco in una immagine, che diventa me, ma che non sono io. L’IA è un Narciso, che non si relaziona, non dialoga, non discute, non crea conflitto, ma soprattutto fa qualcosa di particolarmente letale: ci omologa. Ci induce a comportarci come un gregge, ci tratta come una massa, senza differenze. Quindi, ci discrimina, perché non ci riconosce nella nostra identità intenzionale.

Non è un semplice strumento?

No, non lo è. Non è paragonabile all’ invenzione della ruota o del martello, perché ci cambia profondamente, ci tramuta in altro. Oggi l’individuo non è partecipe dei processi algoritmici. In passato, con l’introduzione delle catene di montaggio gli operai, anche se alienati, erano pur sempre parte di qualcosa. Attualmente siamo profilati su piattaforme, dove non contiamo nulla. Pochi potenti le gestiscono, non sappiamo né chi sono, né dove sono. Emerge la contrapposizione tra i molti profilati trasparenti e i pochi potenti arroccati nella loro opaca torre. Non possiamo difenderci, non c’è tutela. Nel post moderno il diritto è strettamente collegato alla libertà ed alle libertà, vale a dire alle relazioni di reciproco riconoscimento e rispetto che derivano dalle differenze. Se cade la libertà, il diritto diventa vuota forma.

Vuole dire che l’algoritmo è narcisista e maschilista?

Il potere che detiene la proprietà delle piattaforme è decisamente maschile, finalizzato al controllo e alla gestione del consenso. Non riconoscendo le differenze e l’immaterialità della libertà, ma solo i dati materiali, tende ad associare informazioni, con l’intento di orientare prospettive, abitudini, acquisti, scelte politiche e tanto altro, annichilendo ogni originalità. Spostandoci sul terreno pedagogico, il discorso diventa ancora più complesso. È dannosa l’esposizione dei più piccoli all’utilizzo dei dispositivi digitali che modificano alcune aree cerebrali, disincentivando la partecipazione creativa. Se, infatti, lo strumento della Intelligenza Artificiale ci aiuta a velocizzare passaggi importanti, nell’ordine di pochi secondi per analizzare una mole di fonti giuridiche e sentenze, dall’altro rischia di banalizzare il linguaggio e, dunque, il pensiero, attraverso la semplificazione orizzontale algoritmica. Si nutre di dati immessi, spesso prodotti da una cultura maschile e destinati al controllo e al potere con declinazioni maschili. Ad esempio, in medicina tende ad aggregare dati che non includono la medicina di genere.

Questo sistema si può far evolvere, possiamo risolvere arricchendolo di punti di vista, di valori? 

Si sarebbe potuto e dovuto intervenire prima. I bias non li possiamo correggere. I dati, non dimentichiamolo, sono in possesso del capitalismo digitale e funzionano secondo una struttura funzionale, precalcolabile. Noi non siamo in grado di gestirli, ma solo di produrli. Oggi, però, possiamo chiedere un uso appropriato dell’IA: abbiamo cominciato ad avere coscienza della responsabilità dei rischi. Solo attraverso la consapevolezza si può evitare un pensiero unico omologante.

Preoccupa il potere che la detiene?

Nessuno di noi, oggi, ha il potere di creare una piattaforma proprio a causa dell’investimento di capitale che richiede. Il potere delle piattaforme è sempre più importante, si sono inserite silenziosamente come infrastrutture in molte istituzioni, ma chi ne ha potuto discutere, chi lo ha saputo o deciso? Tutte le informazioni dove sono finite e dove finiranno, da chi vengono effettivamente raccolte?

E per il diritto, possiamo utilizzarla?

Possiamo usarla per la parte burocratica, ma non per quella sostanziale, perché il diritto rischia di essere svuotato dei suoi contenuti qualitativi, potremmo parlare di “eutanasia del diritto”, il mio ultimo saggio e la mia ricerca partono proprio da qui. 

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