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Rassegna sui generis: la settimana di notizie sulle donne (3 maggio-8 maggio)

Una settimana di notizie sui nostri media: come e quando si parla di donne? GiULiA prosegue con il suo osservatorio sui giornali in ottica di genere.

Rassegna sui generis: la settimana di notizie sulle donne (3 maggio-8 maggio)

Barbara Consarino

9 Maggio 2022 - 10.59


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Il Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa, Domani, Il Giornale, Il Manifesto, Il Messaggero, Il Fatto quotidiano, Avvenire, Il Sole24ore, La Verità, Il Qn, La Gazzetta dello Sport, Tuttosport e uno sguardo al web

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Settimana dal 3 maggio al 9 maggio
Firme in prima pagina: 751 uomini, 110 donne
Editoriali e commenti: 130 uomini e 25 donne
Interviste: 109 uomini e 26 donne

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Terzo mese di guerra, terzo mese di azzeramento delle firme femminili, soprattutto nei commenti. Intendiamoci, le colleghe al fronte ci sono eccome e vengono valorizzati i loro servizi, soprattutto se riportano le storie della popolazione che soffre, di donne in fuga, di eroismi quotidiani e strenue resistenze che continuano a piacere molto ai giornali. Mancano invece le analisi e le interviste, quasi non avessimo anche noi delle esperte di relazioni internazionali. Con poche eccezioni, come quelle della Stampa, parlano e scrivono soprattutto gli uomini. Fra minacce e fake news, il Paese si è diviso in tifoserie molto nette, dai toni assordanti. Tanto che ci è piaciuta molto questa foto di prima pagina di Repubblica del 7 maggio, dove un’anziana signora, in coda con altre per ricevere la pensione a Mayaky in Ucraina, si tappa le orecchie per sfuggire al frastuono bellico, a significare la distanza fra la dura realtà e le nostre chiacchiere. 

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Intanto la Rai ridimensiona i talk show in prima serata, Il Fatto quotidiano di sabato dedica una pagina e spiega che il primo effetto sarà la sparizione di Carta bianca di Bianca Berlinguer. Secondo Marco Travaglio l’obiettivo vero é eliminare una trasmissione dove si dà spazio ai pacifisti e a chi critica il governo.

 Come se non bastasse domenica mattina, ci siamo svegliate con le donne afgane costrette al burqa dai talebani. Erano sulla prima del Sole 24ore che ha scelto di farne la sua foto di copertina, sulla Stampa, sul Giornale, su Domani. Non sul Corriere, mentre QN dedica una breve e La Verità un’altra breve con foto. C’era da aspettarselo il giro di vite sulle poche libertà rimaste, ma dallo scorso agosto ad oggi i giornali si erano un po’ distratti sulla sorte delle donne che hanno la disgrazia di convivere con il regime dei talebani. Ora rischiano la prigione se non indossano l’indumento simbolo di schiavitù, saranno sorvegliate dalla polizia religiosa e dovranno pure evitare di uscire, se non in caso di necessità. 

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La prima pagina del Sole 24 ore dell’8 maggio

Del resto, mala tempora currunt anche in quella che si definisce la culla della democrazia ma non per le donne che in questi giorni hanno protestato negli Usa dopo la fuga di notizie su un documento provvisorio della Corte Suprema che potrebbe cancellare la sentenza che, dal 1973, garantisce alle donne il diritto all’aborto. Il quotidiano e sito americano Politico è riuscito per primo ad ottenere la bozza scritta dal giudice Samuel Alito sul parere dei quattro giudici nominati dai repubblicani, per abolire il diritto, permettendo così ai vari stati antiabortisti, di avere il puntello di una legge federale, per cancellare tutte le norme in vigore. Le donne scese in piazza hanno raccolto anche la solidarietà del presidente Joe Biden. Ma tant’è, dove i giudici supremi sono di nomina governativa, i risultati possono essere questi. Bisognerà ricordarlo anche dalle nostre parti, quando si invoca un controllo più stretto della magistratura da parte della politica. 

I giornali che abbiamo esaminato hanno dato spazio all’argomento. Sul quotidiano online La Svolta.it leggiamo i dati del Guttmacher Institute, una vera autorità in materia: 73 milioni di aborti ogni anno nel mondo, circa 25 milioni quelli illegali con 39mila donne morte per complicazioni. Dove vigono delle restrizioni negli ultimi 30 anni il numero degli aborti clandestini è aumentato del 15 per cento. Dove ci sono leggi antiabortiste c’è anche scarsa diffusione di contraccettivi ed educazione sessuale.  
Su Repubblica del 5 maggio due pagine contengono anche i dati italiani, in netta discesa dal 1983, quando erano 233.976: nel 2019 gli aborti sono diventati 73.207, fonte Ministero della Salute, che ha visto in tendenza anche i dati 2020. Esistono però, scrive Simona Buscaglia, delle carenze organizzative delle strutture, unite a un’alta percentuale di obiettori di coscienza fra ginecologi (67 per cento), anestesisti (43,5) e personale di reparto (37,6). Secondo la ginecologa Alessandra Kustermann, ex primaria alla Mangiagalli di Milano e fondatrice del Centro antiviolenza sessuale della clinica milanese, la soluzione potrebbe essere l’aborto farmacologico in strutture territoriali fuori dagli ospedali. Intanto, però, c’è chi, come la Regione Piemonte, stanzia 400mila euro a favore delle associazioni antiabortiste che operano nei consultori. 

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Da segnalare, ripresa dalla rassegna stampa del Corriere della Sera, la presa di posizione sul New York Times di Bret Stephens, autorevole voce dei conservatori che spiega come sarebbe un grande errore abolire la storica sentenza Roe vs Wade: la riesplosione della questione non farebbe che spaccare ulteriormente la società americana e la politica, con effetti preoccupanti sulla tenuta di una democrazia per niente granitica. E sottolinea che chi si dice conservatore dovrebbe, appunto, conservare con cura quello che i legislatori precedenti hanno fatto, se funziona. Del resto il povero Stephens da anni cerca di riportare i repubblicani fuori dalle derive trumpiane, evidentemente con scarso successo.    

Il dibattito sembrava molto ben avviato sui nostri giornali in Italia con interventi come quello di Giorgia Serughetti su Domani, le interviste a Erica e Molly Jong, madre e figlia femministe americane, entrambe scrittrici, che hanno osservato quanto sia difficile per le donne, accettare di tornare alle regole di cinquant’anni fa, e che le ragazze di oggi rischiano di essere meno libere delle loro nonne. Interessante, sempre su Repubblica, anche l’intervista alla presidente dell’associazione ginecologi italiani, Elsa Viora, che sottolinea come la legalizzazione dell’aborto abbia di fatto azzerato la mortalità delle donne, argomento che dovrebbe fare molto riflettere. Ma il caso perde d’interesse dopo pochi giorni e già venerdì 6 non c’è più traccia dell’argomento che torna solo domenica con un pezzo da inviato (uomo) pubblicato dalla Stampa

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Sul quotidiano torinese prosegue anche la pubblicazione di interventi sull’utero in affitto. Su questo tema hanno già scritto Michela Marzano, Eugenia Tognotti, Chiara Lalli, Jennifer Guerra, Sonia De Cristofaro e Andrea Bocchiola. L’ultima in ordine di tempo è la storica Lucetta Scaraffia che illustra anche la battaglia linguistica dietro questa scelta: in estrema sintesi chi dice utero in affitto richiama e sottolinea l’aspetto venale della transazione, mentre invece chi dice “gestazione per altri” maschera l’operazione come un fatto altruistico. «Il desiderio di un figlio da parte di coppie abbienti diventa così – conclude Scaraffia – un’arma di sottomissione delle persone più deboli, donne e bambini – e di degradazione dell’essere umano. A chi non sa riconoscere il limite del suo desiderio, la legge, ricorda Simone Weil, deve saper opporre la proibizione».    

Mamme. Domenica sono state festeggiate con i soliti luoghi comuni sulla maternità, ma non solo: molti quotidiani, da Avvenire al Giornale, hanno pubblicato la sintesi del settimo rapporto di Save the children dal titolo “Le equilibriste” che restituisce la fotografia di 6 milioni di mamme in bilico. Oltre il 42 per cento delle donne fra i 25 e i 54 anni con figli risulta non occupata e il 39 per cento con due o più figli ha un contratto part time. Oltre 30 mila donne nel 2020, anno del primo lockdown, hanno rassegnato le dimissioni. L’età media della maternità è 32,4 anni e i figli per donna sono 1,25. Le condizioni delle mamme sono migliori se vivono fra le province di Trento e Bolzano, seguite da Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Toscana e Val d’Aosta. Va peggio a chi vive al Sud, anche se i dati fortunatamente sono in miglioramento. 

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Al di là dei numeri (anche l’Istat ci assicura che l’occupazione femminile sta risalendo negli ultimi mesi) emergono da web e quotidiani alcune scomode verità. Fa scalpore la stilista Elisabetta Franchi che racconta, in un incontro pubblico di settore, la sua scelta di assumere per le posizioni importanti della sua azienda solo donne che hanno superato i 40 anni, meglio se con figli grandi, donne che magari si sono già separate dai mariti, così hanno fatto tutto o quasi e possono dedicarsi h24 all’azienda. Franchi, che Maria Corbi sulla Stampa definisce imprenditrice che si è fatta da sola e con fatica, viene sommersa dagli insulti sul web ma, nella sua maldestra sincerità, ha detto ciò che la maggior parte degli imprenditori e delle imprenditrici pensa in silenzio. Letizia Pezzali su Domani di domenica, senza nominare il caso Franchi spiega le difficoltà incontrate dalle donne su un tema poco trattato, quello del pendolarismo tra casa e azienda. Già viene loro chiesto per quanto tempo possono separarsi dai loro bambini. Spesso sono le donne che si autolimitano, ma se qualcuna decide di lasciare i figli anche per un solo weekend, il papà diventa automaticamente un eroe. Ma può una mamma lasciare i figli per più giorni o magari per settimane e mesi? Meglio di no, poteva non farli, allora, se voleva fare la sua vita. Così che la bella foto di Samantha Cristoforetti che saluta i suoi bambini prima di partire in missione spaziale, ai più sembra provocazione, a molte donne solo un miraggio. Altro che crisi delle nascite.    

Case dell’orrore. Non c’è pace fra le mura domestiche, l’ultima vittima, proprio ieri a Udine, Laura Toffoli, 74 anni, accoltellata nella sua abitazione. Fermato un vicino, evaso dai domiciliari, ma è stato sentito anche il figlio della vittima che anni fa aveva tentato di uccidere la madre. La settimana si era aperta invece con una strage familiare a Samarate, in provincia di Varese dove Alessandro Maja, 57 anni, ha ucciso la moglie Stefania Pivetta di 56, la figlia Giulia di 16 e ridotto in fin di vita il primogenito Nicolò di 23 anni. Inchiesta in corso, si cerca il movente di quello che comunque appare come un massacro ben studiato. 
C’è un’indagine anche sulla morte della genovese Alice Scagni, 34 anni, uccisa dal fratello Alberto. Sette ore prima dell’omicidio il papà della vittima aveva avvisato la polizia delle minacce del figlio, ma gli era stato risposto che non c’erano macchine da inviare sul posto. Nei giorni precedenti, altre chiamate della mamma di Alice alla polizia locale, ai carabinieri, di nuovo alla polizia. Ma aldilà di quelli che saranno i risultati delle indagini su queste cinque telefonate, salta agli occhi il dato dell’impreparazione a fronteggiare situazioni pericolose e in rapida degenerazione da parte di chi dovrebbe ascoltare le richieste di aiuto. Certo non è facile decifrare certi segnali, ma probabilmente se qualcuno avesse dato seguito alle richieste d’aiuto della famiglia Scagni, forse l’epilogo poteva essere diverso.  

Addii Ci ha lasciato a soli 75 anni Bianca Maria Frabotta, figura storica del femminismo, docente di letteratura, autrice di una ventina di libri di poesia dove ha dato grande rilievo ad Amelia Rosselli e antologizzando anche le giovani Patrizia Cavalli e Vivian Lamarque suscitando all’epoca un ampio dibattito sulle specificità della poesia al femminile.  

Sport Costante e continuo il disinteresse dei giornali sportivi per le donne, al massimo conquistano un po’ di spazio solo di fronte alle vittorie (vedi la Juve femminile e ciò avviene sottolineando – e meno male – come le ragazze abbiamo raggiunto risultati migliori rispetto ai maschi). Solo Tuttosport, però dedica il titolo principale alla Juve femminile, Gazzetta e Corriere dello Sport non lo menzionano in prima, sottolinea in un tweet anche il giornalista televisivo Fabio Ravezzani. Pure il passaggio al professionismo del calcio femminile avvenuto la scorsa settimana non ha prodotto alcun seguito: nessun giornale ha ritenuto necessario il giorno dopo la grande svolta andare a vedere come sono organizzate le squadre e quali eventuali problemi devono superare. Le donne sono escluse quasi completamente anche dalle interviste: la loro opinione evidentemente non interessa né a chi fa i giornali né a chi li legge. Non c’è neppure nessun interesse a conoscere le atlete più da vicino, magari raccontando le loro giornate che anche per loro si dividono nel difficile equilibrio fra lavoro e famiglia. E ciò è ancor più vero in considerazione del fatto che essendo dilettanti non hanno contratti che le tutelino in caso di malattia e gravidanza.

Stereotipi. Michelle O’Neill sarà prima ministra dell’Irlanda riunificata: il Sinn Féin, la formazione politica erede dell’Ira è uscita dalle consultazioni come la più votata e lei sarà probabilmente a capo del governo. Un avvenimento storico: ecco, però, il titolo sul Corriere della Sera del 5 maggio: “Smalto e sorriso, Michelle O’Neill, la donna che vuole riunire l’Irlanda”. E all’interno, si sottolinea che oltre alla manicure, la signora tiene molto a mettere il rossetto e di colore acceso, per giunta.

Non solo brutte notizie. Asoli 17 anni, ha già ottenuto un David per la sua interpretazione del ruolo di protagonista del film “A Chiara” di Jonas Carpignano. Swamy Rotolo, nel film che chiude una trilogia dedicata alla Calabria, ha interpretato la parte di una adolescente di Gioia Tauro che scopre un coinvolgimento della sua famiglia con la ‘ndrangheta. 
 Ed era poco più di una bambina, oggi ha 59 anni, Kim Phuc Pahn Thi la “Napalm girl” protagonista di quella foto simbolo della guerra nel Vietnam, scattata da Nick Ut l’8 giugno del 1972 per Associated Press che gli valse il premio Pulitzer nel 1973. La bambina che fugge dalle bombe al napalm e il fotografo che quel giorno la portò in ospedale salvandole la vita si sono incontrati a Milano per presentare una mostra di Ut e lanciare insieme un messaggio contro la guerra.

Kim Phuc Pahn Thi e Nick Ut all’inaugurazione della mostra a Milano

Per finire lezioni di normalità. Damiano dei Maneskin in giacca e cravatta, senza trucco e abiti di scena accompagna la fidanzata, Giorgia Soleri, 26 anni, alla Camera dei deputati per sostenere la proposta di legge che vuol riconoscere la vulvodinia come malattia. Chi cerca interviste di altro genere, viene respinto. «Sono qui solo per Giorgia». 
Leo Gassman, 23 anni, cantautore e figlio di Alessandro ha salvato una turista americana a Roma dallo stupratore che la stava violentando tra le auto di una via della Capitale. Ha sentito le urla ed è accorso, mettendo in fuga l’aggressore: «Tutti abbiamo il  dovere civico di agire, quella ragazza poteva essere, mia sorella, la mia fidanzata, non potevo lasciarla lì».
Alberto Orlandi era il fidanzato di Luana D’Orazio, la ragazza stritolata da un orditoio cui era stato tolto il fermo di sicurezza, in una fabbrica di Prato, un anno fa. Luana ha lasciato un bambino di 6 anni, che vive con la nonna materna. Tutti i giorni Alberto lo va a trovare, nel tempo libero lo accompagna a fare sport. A chi gli chiede il perché risponde con semplicità che vuole che stia bene, che cresca sereno anche con il suo appoggio, così avrebbe voluto Luana. Anche così va avanti il mondo. Buona lettura! 

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