Corpi e libertà

In un libro di Maria Luisa Boccia, femminismo, cambiamento, rivoluzione del pensiero e tante riflessioni e domande da porsi [di Ella Baffoni]

L'immagine di copertina

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Alla fine, è questione di libertà. Libertà in senso pieno. “Le parole e i corpi. Scritti femministi” di Maria Luisa Boccia (Ediesse, Crs, pgg. 280, 16 euro) è un libro complesso, denso, stimolatore di pensiero e domande. Intanto una riflessione sul femminismo che si dipana a cavallo del secolo, le discussioni e le categorizzazioni filosofiche e sociologiche tutte da rivedere. Si parte da Marx, si arriva a Kant, Foucault e Derrida passando per Hanna Arendt e Simone Weil. Femminismo, sì, ma politica, nella sua migliore accezione. Quella politica che produce cambiamento di sé e del mondo e ancora di sé, in una spirale feconda.

Prima che rivendicazione, è il femminismo che si fa pensiero condiviso, pensiero praticato, che interessa all’autrice: la capacità di diventare soggetto imprevisto dalla dialettica servo padrone, nell’azione del potere patriarcale e maschile. In modo niente affatto parallelo al femminismo addomesticato, quello che si accontenta di una sedia nella stanza dei bottoni e pazienza se i bottoni sono troppo lontano dalle proprie mani, il femminismo della differenza è soggetto imprevisto, estraneo alle dicotomie del pensiero marxista, oppresso-oppressore, operai-capitale, che fa crollare l’ipotesi di una soluzione finale, irenica salvifica e rigenerante.


La rigenerazione parte da sé, non da fatti esterni. E’ una differente forma di soggettività, irriducibile e protagonista attiva del cambiamento delle esistenze materiali e, insieme, del simbolico.
E’ questione di libertà, alla fine. E di politica, anche. La passione politica percorre tutti i capitoli di questo volume, anche quelli che analizzano le più ostiche teorie filosofiche. Così si ragiona del desiderio del potere, del tutto ragionevole se si vuol cambiare le cose ma che, se si acconcia alle dinamiche consuete e si contenta di desiderare il potere per sé e di per sé, prende il posto di tutti i fini uccidendo con la scomparsa della differenza lo stesso desiderio di origine.


Cambiare le cose, questo è politica. “ Rischio e immortalità – dice Boccia – si intrecciano indissolubilmente nell’agire libero, perché la possibilità di dare senso alla propria singolare presenza nel mondo è affidata a quella di introdurre nel mondo qualcosa di nuovo, contribuendo a modificarlo in modo più o meno grande”. E’ quel che fanno, sotto traccia e difficilmente intercettabili dai media o dagli analisti politici, migliaia di persone, uscite dalle sezioni di partito e considerate perdute. Ed invece producono azioni e relazioni niente affatto tradizionali. Quando prenderanno parola, per molti sarà una sorpresa.

La responsabilità verso il mondo, è questa un forma di politica. Mi faccio carico, ho cura di, ci tengo. Per il neoliberismo, un’eresia e una sciocchezza, l’egoismo dell’indifferenza è lo specchio di questo momento politico. Per molte persone la politica è invece ricchezza di relazioni e felicità di vita, forse l’unica vita possibile. Osa sapere, è l’imperativo kantiano: osa sapere quel che non ti insegnano, studia, e pensa, e crea il tuo sapere. Per questo è prezioso questo libro, per le domande che pone, che suggerisce.
Poiché è la pratica che si fa politica, e la politica parte dal proprio corpo, dal desiderio e dalle possibilità che si è capaci di intravedere, il corpo dunque diventa campo di conflitto, anche politico. E’ la vicenda del velo, della procreazione assistita, della maternità surrogata. E’ il tentativo di normare le questioni sessuali, a rischio di veder ridotta una donna al suo utero e a perderla come persona. Il titolo dell’ultima parte del volume lo esprime felicemente: “Corpo a corpo”. Perché la differenza sessuale è “il crinale del conflitto più aspro, come dimostrano le accese contese sulla riproduzione artificiale”. Il tentativo anche degli scienziati di ridurre una donna a “grembo” finora è fallito: senza una donna che lo accoglie, nessun nuovo essere umano è possibile. Magari sarà possibile un giorno, ma sulla scienza, questa scienza, le donne devono prendere parola. “Ricordare che veniamo al mondo grazie a una relazione, corporea ma non solo con una donna, significa ricordare che la dipendenza è costitutiva, fin dall’inizio – scrive Boccia – E che quella relazione originaria è il ponte tra la vicenda della specie e la vicenda biografica. Non mi interessa contrapporre alla verità della madre genetica quella della madre gestante. Mi interessa che una donna sia una mediazione vivente alla comparsa nel mondo di un nuovo essere umano. Anche se questo non fa di lei necessariamente una madre. Mi interessa che tutto questo non sia cancellato, in un avventuroso, quanto arduo, passaggio all’impersonale”.
Chi è la madre? È la domanda. Comunque si decida, sul corpo gestante o partoriente non deve esserci imposizione. E alla persona che porta un nuovo umano va riconosciuta piena autodeterminazione. Compreso il diritto di non incarnare la madre simbolica. Compreso quello di voler essere madre, per quanto surrogata, fin dopo il parto.