Snoq, il femminicidio e la complicità | Giulia
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Snoq, il femminicidio e la complicità

"Mai più complici", una lettura della violenza contro le donne che finisce per ributtare le cause della violenza contro le stesse vittime. Di [Luisa Betti]

Snoq, il femminicidio e la complicità
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16 Ottobre 2012 - 21.12


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‘Lo scorso weekend a Torino l”associazione Se Non Ora Quando (Snoq) ha dato il via al suo lavoro sulla violenza contro le donne con un Convegno intitolato Mai più complici alle OGR (Officine grandi riparazioni) di Torino: sabato sera con l’atto unico di Cristina Comencini dal titolo L’amavo più della sua vita e domenica con una giornata di interventi che si sono conclusi alle 15.45 dopo i quali nella grande stanza dell’incontro sono stati preparati 15 tavoli di discussione al fine di “elaborare proposte per una legge nazionale sulla violenza”.

Dopo l’intervento del sindaco di Torino, Piero Fassino che ha salutato la platea di circa 250 persone sedute davanti al palco, è salita la ministra del lavoro – con delega alle pari opportunità – Elsa Fornero, subito però interrotta da alcune donne e ragazze di AlterEva e della Fiom, venute lì a chiedere spiegazioni alla ministra sui tagli e l’eliminazione dell’articolo 18 che prime fra tutti danneggia le donne, soprattutto le donne che subiscono violenza impossibilitate ad avere emancipazione economica che permetta di sottrarsi al controllo maschile.

Dopo alcuni “tafferugli” in cui le organizzatrici hanno cercato di far tacere le contestatrici e la ministra che ha chiesto invece loro di venire sul palco, Fornero ha illustrato il suo lavoro, chiarendo che sulla violenza il dipartimento Pari opportunità sta facendo del suo meglio, anche se con pochi soldi, e che quando è andata in Sudafrica, è anche riuscita a farsi capire con quelle donne comprendendo cosa fosse davvero la violenza e leggendo un libro.

Dopo la bella interpretazione del monologo di Lidia Ravera, che ha sottolinenato come sia difficile per una donna senza lavoro uscire dalla violenza, ecco una sfilza di interventi fino alla pausa pranzo e oltre, molti dei quali sostenevano un concetto espresso bene da Cristina Comencini (tra le fondatrici di Snoq) in una intervista a La Stampa, per cui la violenza sulle donne è “un impulso ancestrale”. “In passato – dice Comemcini – il maschio prendeva la femmina e se lei si rifiutava poteva ammazzarla. Da bambini si fatica ad apprendere che ogni relazione è un perdere e un acquisire. Non c’è il buono e il cattivo: c’è da compiere il viaggio verso l’età adulta”. Un assunto che è sembrato anche il terreno dell’intervento di Cristina Obber – che ha scritto un libro di testimonianze e fa corsi nelle scuole, mentre come giornalista cura un suo blog – in cui si cercava di delineare alcuni profili psicologici. Obber sostiene che “le ragazze si sentono davvero complici di ciò che potrebbe loro accadere ancor prima che accada” e che “la violenza molte volte si costruisce insieme”, confondendo così nel riconoscimento della violenza quello che costituisce il gruppo di giustificazioni che le vittime danno quando subiscono violenza, con le cause e le dinamiche della violenza: cosa che chi lavora con queste donne sta ben attento a non fare per non assecondare lo stato in cui la vittima si autocolpevolizza per ciò che le è successo, cercando invece di riportare lei e la vicenda su un piano oggettivo, per poter inizare un percorso di recupero. L’inconsapevolezza sia degli autori che delle vittime che ci racconta Obber, è infatti una lama a doppio taglio, perché mette le due parti sullo stesso piano in una dinamica che sminuisce la gravità di un tale reato e dà alla vittima una responsabilità che invece è interamente dell’offender. Che sia pericoloso lo dimostra il fatto che gli avvocati che difendono autori di violenze cercano sempre di mettere sul piatto le attenuanti, insistendo sia sulla inconsapevolezza del cliente sia sulle responsabilità della vittima; un comportamento che anche alcune giornaliste chiedono di non fare ai colleghi/e quando descrivono la dinamica di un fatto riguardante violenza, per non supportare quella stessa cultura che giudica attraverso stereotipi discriminativi le donne. Il fatto di riportare la frase di un ragazzo che dice: “Con chi posso parlare senza esere giudicato” è fuorviante – e diseducativo per gli stessi ragazzi – perché sia il punto di vista giustificazionista sia quello dell’immedesimazione, accarezza gli stereotipi che sono alla base della violenza di genere in quanto punti di vista privi di analisi e di critica. Un atteggiamento che non solo non affronta il problema ma lo descrive come per quello che appare in un contesto condizionato, e non per quello che è, allontanando così la soluzione.

Un leitmotiv, quello della soggettività della violenza di genere e quindi della complicità, che in questo convegno – e anche al tavolo che ho seguito il pomeriggio sugli stereotipi nei mass media – si è continuato a ripetere: per le “Mai più complici” la violenza è una cosa che soprattutto viene da dentro, insita sia nell’uomo che nella donna.

Sarà forse per questo che dopo l’intervento dell’economista Maria Laura Di Tommaso, che ha affrontato i costi economici della violenza dicendo che “più si alza il reddito della donna, più diminuisce la violenza” con una lettura alquanto arbitraria dei dati che risultano invece a “clessidra” (le donne abbienti e le più povere sono quelle più colpite da violenza domestica e con più resistenza a denunciare, mentre le donne della medio-piccola borghesia, tendono più di frequente a dire “no” e a separarsi, e per questo sono ad alto rischio femminicidio – Rapporto Onu), e il riassunto della Convenzione di Istanbul fatta dall’avvocata Antonella Anselmo, l’avvocata di Milano Manuela Ulivi, che lì rappresentava la Rete nazionale delle donne contro la violenza (DiRe), ha chiesto ragione del titolo “Mai più complici”, spiegando che la donna non è mai complice della violenza e che le donne che cercano aiuto nei centri non sono mai giudicate per prassi. Ulivi ha ricordato che chi lavora su questi temi sa che proporre un disegno di legge contro la violenza (come proposto da questo convegno con un dibattito finale ai tavoli) non serve perché in Italia quello che occorre è una serie di misure specifiche e immediate che le associazioni e i centri hanno chiaramente individuato grazie agli anni di esperienza che hanno alle spalle. Un nodo da sciogliere subito – dice Ulivi – sono per esempio le situazioni a rischio date dall’applicazione dell’affido confìdiviso nei casi di violenza domestica dove le donne continuano a essere sotto scacco anche dopo la separazioni perché lo strumento di ricatto usato dai padri sono i bambini. Un’affermazione molto forte se si pensa che diverse avvocate presenti al convegno si sono poi sentite contrariate perché favorevoli alla Pas (Parental Alienation Syndrome).

L’avvocata Anna Rofani di Telefono Rosa e l’avvocata Milli Virgilio, responsabile scientifica del Progetto Lexop, sono della stessa opinione nel ribadire che le donne non devono mai essere considerate complici della violenza e che per combattere quello che subiscono occorre evitare “alleanze paternalistiche” e “atti pietistici” (telefono rosa), e che il “Mai più complici” se ci deve essere, bisogna chiaramente rivolgerlo alle istituzioni e non alle donne (Milli Virgilio). “Una legge sulla violenza – dice Virgilio – non serve perché servono politiche immediate in cui la cosa importante è la formazione di chi opera contro la violenza, a partire dai giudici stessi, per essere in grado di riconoscere la violenza e di assitere le donne in modo adeguato, verificando con osservatori che garantiscano l’applicazione delle leggi da parte del sistema giudiziario”. A questo Virgilio aggiunge anche la richiesta di un osservatorio nazionale sul femminicidio nonché un uso appropriato del linguaggio quando si parla di violenza “perché per esempio dire abuso invece di violenza è sbagliato e fuorviante”.

Infine l’accurata relazione della professoressa di Filosofia politica e sociale che insegna alla Bicocca di Milano, Marina Calloni, sembra avere la chiave di volta per uno spazio di risoluzione alla violenza domestica. La docente ha illustrato un progetto che la Baronessa Scotland (presidente della Global Foundation for the Elimination of Domestic Violence che oltre a fondare organizzazioni in India, Turchia, Spagna e Nigeria, ha accordi proprio con l’Università Bicocca), ha applicato nella Repubblica di Trinidad e Tobago, con risultati eccellenti per cui i casi di violenza domestica sono scesi del 64%, mentre l’applicazione in Spagna, nel 2006, ha dato solo un calo del 25%. Nata nella Repubblica Dominicana ed emigrata a Londra, la Baronessa è cattolica fervente e ha fondato l’Edv cercando di esportare il suo progetto nel mondo con i suoi punti di forza che sono una valutazione trasversale del rischio, l’approccio flessibile, il dialogo con le isituzioni, la rete integrata, ma soprattutto il mantenimento del lavoro per la donna. Il problema però riguarda l’esportabilità del modello in quanto, come sostiene Calloni, il contesto del paese “destinatario” è importante, come dimostrano i differenti risultati nei diversi paesi, e se la condizione dell’accesso al lavoro delle donne ha tassi mediocri, come in Italia in cui si conta più del 40% di disoccupazione femminile, il problema dell’integrazione del progetto aumenta. Ma è quando si tenta di risolvere questo problema che si rimane perplesse, in quanto se le cause della disoccupazione femminile vengono associate a una dipendenza economica che non dipende da cause strutturali della società, ma nell’atteggiamento della donna che essendo in una condizione di subalternità mentale non cerca lavoro, si disconosce completamente la realtà materiale che ci circonda e si disconosce la natura della discriminazione di genere che è alla base del problema stesso.

Pur concordando sui metodi di rete intergrata e di dialogo tra associazioni e istituzioni, si delinea una rete per le donne che ricerca nei limiti delle donne stesse le cause del disagio mentre invece, come già detto, questi sono gli effetti di condizioni sociali, politiche e strutturali di un contesto che discrimina le donne e che le esclude in quanto tali. E questo non lo dico io, ma già la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (CEDAW) nel 1979, ribadita pochi mesi fa dal Rapporto della Special Rapporteur dell’Onu sulla violenza.

Se la donna introietta certi stereotipi e si autolimita colpevolizzandosi, mostra l’effetto di quella stessa cultura su cui la violenza si sviluppa ed è solo combattendo i limiti strutturali della società e di quella cultura che si aiuta questa donna. Il problema culturale coinvolge tutto: la casa, la scuola, e anche la sfera del lavoro dove la donna è discriminata sicuramente più dell’uomo. Quello della violenza non è un semplice disagio, e la violenza non è un reato assimilabile ad altri reati, e non c’è né complicità della donna né ci deve essere commiserazione verso l’uomo perché ciò significa disconoscere la legittimità delle cause della violenza che sono oggettive, di genere, e ben elencate in vari contesti e documenti anche con specificità sul territorio italiano.

Ma le cose che più mi hanno impressionata in questo convegno sono state due, anzi tre: la prima il modo in cui le organizzatrici hanno reagito pubblicamente e sotto i riflettori alla interruzione delle donne di AlterEva e Fiom; la seconda che al tavolo sugli stereotipi nei mass media – tavoli che ripeto dovevano servire a stendere una proposta per una legge nazionale sulla violenza e dove credevo di incontrare delle specialiste – l’unica giornalista ero io su una decina di donne per lo più insegnati in pensione, compresa una simpatica fisica e un’attrice; e la terza è che molta speculazione di questo convegno mi ha fatto riecheggiare tutto il giorno nella mente lo stile, i modi e i concetti un po’ “filosofeggianti” della proposta di legge sul femminicido (bozza aggiornata a ottobre del ddl 3390 – Norme per la promozione della soggettività femminile e per il contrasto al femminicidio) fatta dalla senatrice Annamaria Serafini (Pd) le cui prime righe recitano: “La violenza oggi non è solo residuale. È piuttosto una nuova risposta a cambiamenti introdotti dalle donne”. Insomma, la violenza dipende da quanto noi ci facciamo violentare e succede perché gli uomini reagiscono al fatto che ci siamo troppo emancipate, e se la pensiamo così è ovvio pensare anche che siamo complici.’

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