L’omicidio di Ylenia Musella, la ventiduenne uccisa dal fratello al culmine di una lite per futili motivi, nel Rione Conocal di Ponticelli, ha scritto una delle pagine meno edificanti della storia del giornalismo campano.
Fin da subito, i quotidiani locali, seguiti a ruota anche da alcuni giornali nazionali, hanno banchettato sul corpo della vittima, nel senso più deprecabile del termine: una giovane donna, bella, solare con un corpo longilineo, avvolto negli abiti attillati e succinti che amava indossare quando andava a ballare in discoteca, come tutte le ragazze della sua età. Un’immagine decontestualizzata, usata e abusata, utilizzata come un’esca per attirare clic e che ha alimentato il livore degli haters. Tantissimi i commenti pregni d’insulti e calunnie, rivolti alla vittima.
Immagini che non hanno concorso in nessun modo a chiarire i fatti, non hanno contribuito a ricostruire la dinamica dell’omicidio, non hanno fornito nessun supporto utile alla ricerca della verità. Sono servite solo a spettacolarizzare la morte, trasformando una vittima in un oggetto e il dolore in un contenuto da monetizzare. L’ennesimo, clamoroso esempio di sensazionalismo culturalmente pericoloso, perché ha immediatamente spostato l’attenzione dalla violenza subita al corpo della donna, insinuando giudizi e alimentando una narrazione tossica che difficilmente sarebbe stata adottata a parti invertite, se la vittima fosse stata un uomo.
Immagini che hanno alimentato illazioni e narrazioni prive di fondamento: «Se si vestiva in questo modo, sicuramente si prostituiva» e ancora «pare che facesse attività illecite con altri uomini e il fratello non approvava, per questo l’ha uccisa». Poco importa se questa tesi infamante non trovi alcun tipo di riscontro in chiave investigativa. Il cadavere di questa ragazza è stato marchiato in maniera indelebile da parole scagliate contro di lei con la stessa intensità e veemenza della coltellata che l’ha uccisa.
Una caterva di odio che si è riversata anche su di me, colpevole di aver utilizzato il mio profilo Facebook per lanciare e rilanciare un appello al buon senso, rivolto ai giornalisti, ma anche a quegli utenti avvezzi ad utilizzare i social network in maniera scellerata.
Ho esordito ricordando che «quando si racconta l’omicidio di una donna esiste un confine che non dovrebbe mai essere superato. Eppure, ancora una volta, una parte della stampa lo ha oltrepassato senza esitazione».
L’ho fatto perché ritengo che il diritto di cronaca non equivalga al diritto di umiliare la vittima. Esiste un dovere etico, prima ancora che professionale: rispettare la dignità delle vittime, soprattutto quando la morte è violenta e il dolore è ancora vivo. Raccontare la cronaca significa dare voce ai fatti, non svestire una persona della sua dignità. Significa ricordare chi era la vittima, non come appariva.
Usare immagini ammiccanti per raccontare un omicidio o un femminicidio non è libertà di stampa: è mancanza di responsabilità.
L’ho fatto perché so bene cosa significa essere sottoposti a quella impietosa gogna mediatica. Nel 2015, sono stata aggredita nel Parco Merola di Ponticelli per quello che avevo scritto negli articoli in cui ricostruivo l’omicidio di Annunziata D’Amico, la donna-boss uccisa in un agguato di camorra e zia di Ylenia Musella. Una “lezione” da parte di una famiglia legata al clan, culminata in un tentativo di sequestro di persona. Anche di me si disse che «ero stata pestata perché avevo cercato di intrattenere una relazione extraconiugale con il pregiudicato che mi aveva aggredito, insieme a sua moglie». Una narrazione che trovò terreno fertile anche tra gli esponenti dell’antimafia sociale e nei salotti della cosiddetta “Napoli bene”, travalicando perfino i confini regionali. I messaggi che apparivano sui social erano talmente numerosi e ricchi d’odio che fui costretta a sospendere temporaneamente i miei account. Poco importa se in sede processuale quella narrazione non abbia trovato alcun tipo di riscontro: quella narrazione ha scalfito, sulla mia dignità di donna e di giornalista, un marchio indelebile. Proprio come è successo a Ylenia.
Forse anche per questo, una nutrita fetta di haters ha trovato inaccettabile che io, proprio io, provassi a tamponare le ferite inferte a quella ragazza dalle parole che le venivano scagliate contro, senza un minimo di decoro e rispetto.
Un’escalation di odio che si è riversata anche su di me: mi hanno invitato a tacere e a fare i conti con la vergogna di gravare sulle spalle dei contribuenti, in quanto giornalista sotto scorta dallo scorso maggio. Proprio nel mio status di cronista impegnata quotidianamente a raccontare la camorra, i leoni da tastiera hanno rilevato un paradosso: come potevo “difendere” una giovane legata a una famiglia camorristica?
Alla luce della mole di commenti che istigavano alla prostituzione e incitavano all’odio e alla violenza, Meta ha deciso di sospendere temporaneamente il mio account. Di punto in bianco, il mio profilo è stato oscurato per consentire alla piattaforma di passare al setaccio quei commenti e provvedere a censurare quelli che violavano gli standard della community. Un’operazione che si è protratta per circa 12 ore, poi il mio profilo è tornato online.
Tuttavia, quanto accaduto non può e non deve passare in sordina. Soprattutto se si considera che pochi giorni dopo, un’altra giornalista, Angela Caponnetto, è ugualmente finita nel mirino degli haters, colpevole solo di aver fatto il suo lavoro.