L’hanno fatto di nuovo. La fiction Rai in quattro puntate che debutta su Rai 1 in prima serata domenica 12 aprile si intitola «Roberta Valente – Notaio in Sorrento» e la protagonista è interpretata da Maria Vera Ratti. «Notaio», al maschile, non «notaia» come sarebbe stato più corretto scrivere e come ormai si dice e si legge ovunque: sui giornali (quasi tutti), sui siti di informazione, nei libri. Ma nei corridoi di Viale Mazzini, evidentemente non ancora.
Del resto, «Imma Tataranni – Sostituto procuratore» , serie di successo con una bravissima Vanessa Scalera, è arrivata alla quinta stagione con quel titolo lì. Al maschile. Nel caso di «notaia» poi, la declinazione al femminile è ancora più facile
Ecco, sembrava «strano», forse, titolare «Sostituta Procuratrice» la bella serie tv ambientata a Matera. Ma è corretto: si può dire, si deve dire. Così spiega l’Accademia della Crusca: «I nomi maschili uscenti in -tore, anche detti nomi d’agente in quanto designano “chi compie un’azione”, formano nella maggior parte dei casi il femminile in -trice (quindi, ad esempio, attore/attrice, lettore/lettrice, pittore/pittrice, scrittore/scrittrice)». Lo diceva già Alma Sabatini nel 1987 nel fondamentale volume Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana scritto per la presidenza del Consiglio.
Era il 1987, a palazzo Chigi si erano alternati ben tre presidenti del Consiglio: Craxi, Fanfani e Goria. Eppure, nonostante fossimo nell’era dei governi balneari le istituzioni sembravano interessate alla società che cambiava e alla lingua che la deve raccontare. Perché quel libretto di Sabatini era pensato per il mondo politico, per gli enti pubblici, per le scuole e per gli organi di informazione. Ed è scritto facile facile, for dummies, si direbbe.
Tra le raccomandazione di Sabatini per un linguaggio rispettoso della parità c’era anche quella di non nominare le donne solo con il nome proprio. E qui si rivolgeva soprattutto ai giornali quando, per esempio, facevano i titoli su Margareth Thatcher chiamandola «Maggie» ma non facevano altrettanto quando titolavano con i nomi dei leader uomini. Oggi succede ancora ogni volta che Meloni diventa Giorgia, Schlein diventa Elly, von der Leyen, Ursula e così via.
Abbiamo ricordato questa buona regola del nome proprio in occasione di un’altra fiction Rai (che coincidenza!): il biopic dedicato a Margherita Hack andato in onda con il titolo «Margherita delle stelle». Il paradosso era che quella fiction arrivava dopo altri due fiction biografiche dedicate a uomini, «Mameli» e «Califano» dove il cognome c’era, eccome.
Ma questa vecchia abitudine non vale solo per le famose o le leader: succede spesso nei titoli degli articoli sui giornali e in rete. La studentessa italiana che vince una competizione internazionale di matematica può diventare «Caterina, la maga dei numeri», l’atleta che vince una medaglia, «Sara, la regina dello sprint». «L’uso del nome proprio delle donne in contesti non confidenziali riduce la distanza simbolica, esprime paternalismo, agevola l’uso del tu familiare e diminuisce l’autorevolezza della funzione ricoperta riportando la donna alla condizione di principiante» scriveva Michela Murgia in «Stai zitta!», un pamphlet sui tanti modi in cui, consciamente o inconsciamente, non si rispettano diritti e dignità delle donne.
La premessa culturale di Alma Sabatini al suo manuale era: se si vuole cambiare in meglio la realtà bisogna iniziare dalle parole che usiamo per rappresentarla: «L’uso di un termine anziché di un altro comporta una modificazione nell’atteggiamento e nel pensiero di chi llo pronuncia e quindi di chi lo ascolta. La parola è una materializzazione, un’azione vera e propria» scrive la linguista. Insomma, se ci si abitua a dire «avvocata», «ministra»,«procuratrice», «notaia», «medica» come la grammatica ci consente di fare, diventa normale riconoscere che quei ruoli appartengono alle donne. Trentasette anni dopo il manuale di Sabatini, molti altri ne sono stati scritti, sul tema si fanno conferenze e seminari, le aziende (Rai compresa) le università e gli enti pubblici si fregiano di codici di comportamento che invitano ad usare un linguaggio più inclusivo. Non perché scrivere al maschile «la notaio Maria Rossi», per tornare al primo esempio, sia sbagliato (lo abbiamo fatto fino a ieri), ma perché declinare al femminile le professioni contribuisce, pian piano, a ridurre quella percezione che certe professioni (guarda caso quelle più di prestigio e potere) siano solo maschili.
Eppure queste buone regole continuano ad essere disattese. A volte perché bollate come esagerazioni woke e giudicate cacofoniche. Oppure semplicemente perché c’è ignoranza: se i media mainstream si abituassero di più a declinare al femminile le professioni, per esempio, queste definizioni sarebbero percepite come normali e stimolerebbero un virtuoso effetto emulazione.
Lo dice chiaro il codice deontologico Rai: «La Rai assicura la più completa e plurale rappresentazione dei ruoli che le donne svolgono nella società». Nel codice troviamo anche la voce Contrasto agli Stereotipi dove si legge: «Nei programmi di informazione, intrattenimento e pubblicità, è richiesto di evitare la rappresentazione stereotipata della figura femminile».
Perché, allora, «notaio» e «sostituto procuratore» nei titoli? Perché realisticamente a Matera e a Sorrento (dove sono ambientate le fiction) si usa di più dire così? Sarebbe una giustificazione poco rispettosa della capacità di noi italiani e italiane di seguire l’evoluzione culturale della società.
Dal Servizio Pubblico ci aspettiamo che voli alto.
Qui il link all’articolo originale