«Non c’è armatura più forte e semplice, nel confronto sociale, per una donna, della sua ammirazione per la grandezza femminile con cui entra in contatto». Questa è una frase della rivista Sottosopra, la seconda serie, pubblicata dal gruppo della Libreria delle donne, di cui Luisa Muraro, scomparsa a 86 anni, è stata una delle pensatrici fondamentali e fondanti. Lei, filosofa, e Lia Cigarini, giurista, sono state le due pensatrici femministe da cui sono nate nel 1975 a Milano la Libreria delle donne, tuttora attiva in via Calvi 29 e la rivista Via Dogana. Da loro due, amiche e alleate fino all’ultimo giorno della loro vita, è stato introdotto in Italia il pensiero della differenza sessuale: Muraro, in particolare, aveva mutuato la lezione di Speculum. L’altra donna di Luce Irigaray, da lei tradotto come tutte le altre opere della filosofa e psicoanalista francese.
Pedagogista e creatrice del gruppo filosofico Diotima all’interno dell’università di Verona dove ha insegnato per anni, Luisa divenne per molte generazioni una maestra. E fu davvero un evento nel mondo delle femministe italiane l’uscita sul Sottosopra verde nel 1983 del fascicolo intitolato Più donne che uomini, da cui poi sarebbe nato il libro Non credere di avere dei diritti: la generazione della libertà femminile nell’idea e nelle vicende di un gruppo di donne, scritto da Luisa Muraro e firmato da tante altre della Libreria delle donne. Colpì molto anche me e andai a intervistare Luisa Muraro a Milano, partendo da Roma, dove lavoravo alla redazione di Noi donne. Dal testo, come dall’intervista, mi si chiarì che le donne non dovevano liberarsi assomigliando agli uomini ma coltivando la propria libertà a partire da sé e dalla relazione con le altre donne. Lo aveva già scritto nel 1970 Carla Lonzi, ma è stata Luisa Muraro, insieme con il suo gruppo, a fare diventare pratica politica di tante attiviste – non solo femministe ma anche a sindacaliste, politiche, scrittrici, militanti dell’Udi, insegnanti – il partire proprio dalla differenza sessuale e dall’esperienza politica con le altre.
Luisa Muraro, nata a Montecchio Maggiore Il 14 giugno 1940, sesta figlia di una famiglia che aveva fatto la Resistenza, si era laureata in filosofia alla Cattolica, dove aveva cominciato la sua militanza politica femminista dopo aver incontrato Lia Cigarini, giurista e saggista, morta il 21 aprile scorso. Lascia un’opera vastissima fra libri, articoli, interventi e lezioni. Fra i suoi testi Maglia o Uncinetto (1981), Guglielma e Maifreda, storia di un’eresia femminista (1985), L’ordine simbolico della madre (1991), Al mercato della felicità (2009), Autorità (2013), L’anima del corpo (2016).
A Luisa Muraro dobbiamo la spinta a cercare parole di donne svincolate dalle regole e dalle aspettative della società maschile (del padre), nonché la ricerca di linguaggi originali (delle origini). E poi, ancora, il desiderio di felicità e agio per le donne. Secondo Muraro la felicità femminile esiste da quando è stata finalmente esplicitata e vissuta l’esistenza della differenza sessuale. Da lì viene «la vena di felicità che corre fra le donne. Non è riducibile ai progressi materiali ma non li esclude, non è interpretabile come qualcosa di puramente spirituale ma gli somiglia. La felicità ci viene dal senso che hanno preso le nostre vite per sé stesse, senza più imprigionamento in sé stesse».
Quando diciamo uomo, parliamo solo dei maschi, perché gli esseri umani sono uomini, donne e, oggi sappiamo anche che vanno tenute in conto tutte le altre soggettività queer. Aver dato spazio al desiderio e all’autorità femminile è un altro grande merito del gruppo della Libreria delle donne di Milano.
Nela recente intervista raccolta da Elvira Roncalli insieme a quelle a Lea Melandri e Adriana Cavarero – nel libro Il futuro è aperto (Prospero Editore 2025”) – Muraro ribadiva però che la teoria non basta e che occorre affidarsi ad una o più donne autorevoli per crescere. «Mi viene in mente quello che dice Lia Cigarini, è lei che mi ha introdotta nel pensiero femminista ed è tuttora un’autorità per me (…) Lei ha una veduta chiara su questa questione. Io so che la teoria è necessaria e so anche che la teoria non basta. Se lo diciamo con Hanna Arendt, se crediamo di sostituire l’esperienza o la realtà con qualche veduta teorica, cadiamo in errore. (…) io ho un gusto per la teoria, sono stata formata alla teoria e credo che la teoria – il pensare e ragionare teoricamente- siano indispensabili, ma non occorre che tutti lo facciano. Occorre invece che il pensiero ragionante lasci posto all’esperienza».