"Tu non cambi cognome, tu sei mia" | Giulia
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"Tu non cambi cognome, tu sei mia"

'L''altra Italia, quella delle migranti: Ewa, alla quale il marito nega il diritto di diventare italiana, per impedirle di ritrovare il suo cognome. Di [Marika Borrelli]'

"Tu non cambi cognome, tu sei mia"
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8 Dicembre 2012 - 19.58


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Li chiameremo Ewa e Kristian. Intorno ai trentacinque anni di età, forse meno. Sono marito e moglie con figlia. Vivono in Italia da un po’ meno di due lustri. Sono stranieri comunitari.

Vogliono diventare cittadini italiani, mi raccontano della loro vita. Lui fa l’operaio, lei sta a casa. Lei parla benino l’italiano. Lui sta volentieri in silenzio. Spiego loro cosa occorre. Tra i tanti documenti, ci vuole anche una specie di attestazione che faccia capire allo Stato italiano che Ewa ha cambiato definitivamente cognome quando si sposarono, assumendo quello del marito.

Non è complicato, ma è necessario, perché – una volta diventata italiana – Ewa riprenderà il cognome di nascita, quello paterno. Il nostro ordinamento stabilisce questo. Una delle poche cose buone, mantenere il proprio cognome. Se si potesse scegliere tra il cognome materno e quello paterno sarebbe ancora meglio.

Il marito, a sentire che la moglie riprenderà il suo cognome di nascita, ha un sussulto.

– Ma no, deve essere errore. Da noi non così. Perché Ewa deve cambiare cognome?
Gli spiego ancora una volta che per lo Stato italiano, per le leggi vigenti in Italia, le donne non assumono anagraficamente il cognome del marito cancellando il proprio di nascita. Ciascuno ha diritto al mantenimento del proprio cognome.
(Ometto di dirgli che se c’è qualche italiana che si presenta con il cognome del marito ha altre ragioni. Tutte di comodo, o per vezzosità.)

– No, no. Non va bene. Protesta Kristian.

Ewa, lo guarda e gli fa segno di calmarsi. Lui non si calma.

Gli chiedo cosa c’è di tanto scandaloso a riprendere il cognome di nascita.

– È che quando uno si sposa, diventa mia.

Dice in un italiano così così, tuttavia il concetto è chiarissimo. Mi arrabbio. Ma non dico nulla. Non posso esprimere alcun giudizio.

Ewa vuole continuare ad ascoltare la spiegazione sull’iter burocratico, ma il marito sbuffa e scuote la testa.

All’improvviso lui ha uno scatto e si alza in piedi. Con un dito minaccioso si rivolge a Ewa: – Tu non chiedi cittadinanza. Solo io e figlia.

Ewa diventa tutta rossa e comincia a balbettare.

– Perché? Perché? – chiede – Perché io non posso avere cittadinanza?

– Perché così non cambi cognome. Rimane tutto uguale. Che serve a te cittadinanza?

Mi si serrano le mascelle. Ewa gli prende la mano. Lui insiste con la sua soluzione. La situazione sta degenerando.

– Tu non prendi cittadinanza. Tu non cambi cognome.

La donna non mi guarda più, sembra vergognarsi.

Questo non mi sembra un gesto di amore: questa è predazione. Né gelosia, né esclusività: solo proprietà.

Raccolgo tutti i moduli e in fretta li consegno alla donna, che capisce la situazione.

Li congedo dicendo loro che la mia stanza è il posto meno adatto per risolvere una questione di famiglia.
O forse è piuttosto una questione di dignità.

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