Festival culturali: ma chi ha nascosto le donne?

Una inchiesta per GiULiA dietro le quinte delle maggiori manifestazioni che non vanno oltre lo stereotipo del "non ci sono" [di Daria Lucca]

Al Festival della Comunicazione di Camogni

Al Festival della Comunicazione di Camogni

Redazione 9 giugno 2019

Chi di noi giornaliste, qualsiasi specializzazione ci portiamo appresso, non è andata a prestare orecchio in uno, e magari più di uno, di quei deliziosi festival che negli ultimi anni hanno certamente alzato l’offerta culturale italiana? Direi che ci siamo passate tutte, ad ascoltare una conversazione di Remo Bodei, Luciano Canfora o Marc Augé…? Ora che ci penso i tre hanno in comune una caratteristica evidente, semplice e persino primitiva: sono tutti uomini.
Ho usato tre nomi del Festival della Filosofia 2018 volutamente, perché in realtà è proprio qui che troviamo le migliori percentuali di ospiti donne, ovvero il 30 per cento. Perché a dirla tutta, c’è di molto peggio come dimostra il palinsesto del Festival della Comunicazione di Camogli che questo anno allinea come ospiti 104 uomini e 12 donne.


Daniele Francesconi, direttore scientifico del Festival di Modena (che fu creato da una donna, comunque), ci spiega lo stato dell’arte nel suo campo: “La ricerca filosofica è cresciuta molto e oggi ci sono filosofe con proposte significative, originali e innovative, in particolare sui temi del riconoscimento, del dialogo, di una ricostruzione del rapporto tra soggetti non fondato sul dominio. Certo, la generazione precedente forse ne aveva escluse molte, ci sono ancora ritardi enormi che si riflettono nel corpo docente, ma la filosofia ha saputo andare contro se stessa e ha fatto emergere interi settori dove le donne hanno creato proposte nuove”.
Se la filosofia è stata capace di “andare contro se stessa”, come dice Francesconi, chi invece sta ancora remando in acque stagnanti, a proposito di figure di spicco femminili? “La politica certamente rimane un mondo tutto al maschile”, ci dice Gregorio Botta, fra gli organizzatori di Repubblica delle Idee, evento che quest’anno conta 77 donne su 218 ospiti/relatori, pari al 35%. “Volendo dialogare con i protagonisti, ci si accorge che spesso sono in maggioranza maschili. Non tanto nella scrittura, dove i nomi femminili sono moltissimi, ma certo nella politica e anche nell’economia. E’ un filo che corre lungo tutte le generazioni: noi avevamo invitato Fridays for Future e ci volevano mandare quattro maschietti, abbiamo dovuto chiedere che si armonizzassero meglio”.
Scorrendo l’offerta di manifestazioni, c’è motivo di sconforto. Mentre il Festival della Mente di Sarzana lo scorso anno ha ospitato 50 relatori uomini contro 27 donne (e siamo già oltre un buon 30%), il Festival della Parola di Chiavari quest’anno ha visto sfilare 8 donne contro 46 uomini, e cioè un ben modesto 15%. Una precisazione prima di continuare: qui non si vuole parlare di quote, sia chiaro. Caso mai di massa critica, di equa rappresentanza del pensiero nelle sue varie espressioni, di buon senso, altrimenti detto. Che ci siano donne di valore nelle varie discipline, lo dimostra il progetto che GiULiA. ha inaugurato da qualche anno e che si può trovare al sito 100esperte.it, perciò piantiamola con la tiritera del “mancano i nomi”.


Piuttosto, manca il coraggio di “andare contro il luogo comune”, volendo parafrasare Francesconi. Di combattere lo stereotipo. Di chiedere, come dice Botta.


Prendiamo il caso più evidente della comunicazione. A Camogli, da anni, gli uomini sono strabordanti. Eppure la comunicazione è declinata al femminile da decenni. Sentiamo Carlotta Ventura, già in Telecom, poi in Fs, ora direttrice del Centro Studi Americani: “Ovviamente io cerco di averne sempre molte, ma ammetto che non è facilissimo, il portafoglio di nomi femminili disponibili è ristretto. Comunque noi facciamo lo sforzo, che a volte è banale: ricordarsi che abbiamo bisogno di donne a parlare, a testimoniare, a dialogare. Bisogna attrezzarsi”. Il Centro da lei diretto sta creando una rete che possiamo chiamare “Donne che fanno da ponte tra Italia e Usa”; a fine giugno è previsto un incontro sul tema della leadership a cui parteciperanno “una generalessa americana a capo della base Nato in Italia e due alte funzionarie della Polizia di Stato: modera un uomo”, dice Carlotta.


Quindi si può fare.
Se dunque è possibile, vale la pena dirlo agli organizzatori dei singoli eventi? No, perché a casa propria, come è noto, ognuno fa come gli pare. Tuttavia, se per aprire casa propria e farne parlare in lungo e largo, si utilizzano istituzioni pubbliche, come la Rai o il sostegno di grandi società che hanno fior di statuti e mission, forse conviene dirlo direttamente a loro. In positivo, naturalmente: sponsorizzate e finanziate di più eventi in cui il buon senso nella scelta degli ospiti sia palese.