Odiare non è uno sport... e va in piazza

Da Roma a Torino, da Padova a Catania, da Cuneo a Milano, passando Rovigo, Gorizia e Verona. Obiettivo: una contronarrazione positiva dei fenomeni sportivi, contro il sessismo. [di Ilaria Leccardi]

La campagna "Odiare non è uno sport"

La campagna "Odiare non è uno sport"

redazione 18 marzo 2021

Insieme per uno sport inclusivo e per dire no all’hate speech. Venerdì 19 marzo, il progetto Odiare non è uno sport scende in piazza in diverse città d'Italia per testimoniare l’impegno e la mobilitazione contro le parole d’odio e ogni forma di discriminazione in ambito sportivo. Da Roma a Torino, da Padova a Catania, da Cuneo a Milano, passando Rovigo, Gorizia e Verona, nel pieno rispetto delle norme anti Covid e del distanziamento, saranno in piazza volontari e giovani coinvolti nelle attività del progetto, finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, promosso dal CVCS - Centro Volontari Cooperazione allo Sviluppo e realizzato in partnership con una fitta rete di ong ed enti su tutto il territorio italiano.

 

A oltre un anno dal suo avvio, Odiare non è uno sport ha lavorato in diverse direzioni per approfondire e contrastare le forme di discorso d’odio in ambito sportivo, online e non, tema su cui GiULiA si batte da tempo. Con l’obiettivo di condurre una contronarrazione positiva dei fenomeni sportivi, il progetto ha raccontato storie importanti, anche con uno sguardo di genere e in un’ottica anti sessista. Dall’impegno per la parità nello sport portato avanti da Assist, l’Associazione Nazionale Atlete, a quello di Change the Game che si batte da anni contro gli abusi, dalle storie di campionesse come Paola Egonu, Assunta Legnante, Alessia Maurelli, Angela Carini, a quelle delle realtà di sport popolare attive sui territori che lavorano per l’inclusione sociale, contro il razzismo, il sessismo e ogni forma di discriminazione anche nei campi da gioco.

 

Tra i principali output c’è stato il Barometro dell’odio nello Sport realizzato dal Centro CODER dell’Università di Torino, basato sull’analisi di commenti alle notizie pubblicate su Facebook e Twitter dalle cinque principali testate sportive italiane. Lo studio ha riguardato in particolare 3 mesi di attività online (da ottobre 2019 a gennaio 2020), per un totale di 443.567 commenti analizzati su Facebook e 16.991 su Twitter. E ha evidenziato come l’hate speech (inteso in quattro accezioni: linguaggio volgare, aggressività verbale, aggressività fisica e varie forme di discriminazioni, a volte sottili da individuare ma non meno gravi) sia una componente strutturale delle conversazioni sportive sui social. Conversazioni in cui a essere sovrarappresentati - a specchio del flusso informativo generale nel nostro Paese - sono il calcio e lo sport maschile.

 

E il primo risultato che salta agli occhi è che esiste un livello costante di hate speech al di sotto del quale non si scende, pari al 10,9% dei commenti su Facebook e al 18,6% su Twitter. Se su Twitter i discorsi d’odio sono in percentuale più alta, su Facebook la mole di commenti è decisamente superiore e così anche la quantità di hate speech in termini assoluti.

 

Oltre all’analisi del fenomeno, aspetto interessante del progetto sono state le strategie messe in campo per contrastarlo, che si sono sommate e integrate all’articolato lavoro di contronarrazione e alle numerose occasioni di formazione proposte alle scuole e alle società sportive. Da una parte l’elaborazione di un “albero delle risposte” studiato per intervenire sui social in forma automatica tramite un chatbot, un software che può simulare conversazioni con esseri umani. Dall’altra la creazione di sette “squadre anti-odio” sul territorio italiano, composte da ragazzi e ragazze delle scuole superiori e dell’università che, dopo aver seguito una formazione, hanno agito da “antenne” dell’odio online. Oltre cento giovani che, in questo ruolo, sono andati a intercettare situazioni spiacevoli sui social, in particolare su Instagram, e a rispondere con messaggi volti ad allentare o interrompere il flusso negativo di commenti, spesso escalation che sembrano non conoscere fine.

 

Ai ragazzi e alle ragazze, guidati da animatrici delle varie ong aderenti al progetto, sono state fornite delle linee guida (stilate grazie a una psicologa del laboratorio di Memoria e Decisione del Dipartimento di Scienze della Vita dell’Università di Trieste) sul linguaggio e il tono da adottare nelle risposte, e su come reagire nella maniera più pacata ed efficace possibile per evitare un peggioramento della situazione. E la loro esperienza ha dimostrato come il contrasto dell’odio on-line passi principalmente attraverso l’adesione a una modalità di comunicazione non violenta e rispettosa, ma al tempo stesso ferma e salda, basata su fonti autorevoli, che rappresenti un esempio positivo per gli altri utenti, a fronte della sempre più pressante componente d’odio, stereotipizzazione e pregiudizio che si diffonde in rete.

 

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E le donne in tutto questo? Le donne - principalmente le donne lavoratrici - restano tra le principali vittime dell’odio online, come testimonia anche l’ultima Mappa dell’Intolleranza pubblicata dall’Osservatorio per i Diritti Vox. Le donne sportive sono raccontate ancora troppo secondo stereotipi e senza la giusta visibilità. La narrazione delle donne nello sport vive purtroppo ancora di retaggi paradossali, con l’utilizzo di termini non adeguati e l’attenzione posta su particolari - fisici e non - irrilevanti rispetto alla pratica sportiva. Le atlete vengono ancora etichettate come “bella”, “icona di stile”, “sexy”, termini utilizzati come elemento di valore, con una chiara oggettivizzazione del corpo femminile, in un ambito per altro dove il corpo è strumento di azione. Un’informazione, questa, che si determina come esplicitamente rivolta al pubblico maschile, come se da una parte lo sport praticato dalle donne non avesse lo stesso valore di quello praticato dagli uomini e dall’altra parte le donne non leggessero di sport. Dato assolutamente non veritiero.

 

Ciò che il progetto Odiare non è uno sport ha provato a raccontare è che proprio nei contesti dove le donne praticano sport, in particolare nelle realtà di base, la promozione di una pratica inclusiva assume un valore forte, in chiave intersezionale, non solo antisessista, ma anche antirazzista e contro ogni tipo di discriminazione. E il contrasto all’odio - online e nella vita reale - può partire proprio dalla pratica sportiva e dall’impegno in questa direzione.