Le donne "devono" votare

Non sciupare un diritto pagato caro. In vista delle elezioni politiche del 4 marzo, rilanciamo da Arcipelago Milano l'articolo di Eva Cantarella

Voto, immagine d'archivio

Voto, immagine d'archivio

Di fronte al preoccupante fenomeno dell’astensione dal voto ci viene spesso e giustamente ricordato che partecipare alle elezioni è la più grande conquista della democrazia, per ottenere e difendere la quale, nel corso del tempo, tante persone hanno dato la vita. Io credo che queste ragioni valgano doppiamente per noi donne che dopo una plurimillenaria discriminazione ci siamo viste riconoscere questo diritto solo pochi decenni fa, nel 1946. Le nostre nonne - e per quelle più avanti negli anni anche le nostre madri - per molti anni della loro vita non hanno potuto esercitarlo: mia madre, nata nel 1909, ogni volta che andava a votare raccontava della grandissima emozione della sua prima volta, a ormai quasi quarant’anni. E io, per quanto mi riguarda, ogni volta che depongo il voto nell’urna, penso che tra coloro che hanno pagato con la vita il mio diritto ci siano state anche delle donne, purtroppo spesso dimenticate.


Penso in particolare, nel dir questo, a Olympe de Gouges, nata in una piccola città francese da famiglia di modeste condizioni e data in moglie a 14 anni a un uomo che, come lei scrive “non amavo affatto, non era ricco, né di una certa estrazione. Fui sacrificata senza alcuna ragione che potesse bilanciare la ripugnanza che avevo per quest’uomo”. Trasferitasi a Parigi dopo la morte del marito, Olympe si appassionò alla scrittura firmando i testi teatrali, romanzi e scritti vari, libelli rivoluzionari e articoli; agli inizi della rivoluzione abbandonò però quella carriera per impegnarsi nella politica, combattendo le discriminazioni legate non solo alla nascita e al censo, ma anche e soprattutto quelle che oggi chiamiamo di genere.


Nel settembre del 1791 scrisse una “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina”, che ricalcava la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1989, il cui art. 1 recitava: “uomo, sei capace di essere giusto? E’ una donna che ti pone questa domanda; non le toglierai almeno questo diritto. Dimmi: “Chi ti ha dato il dominio sovrano di opprimere il mio sesso? La tua forza? I tuoi talenti? Osserva il creatore nella sua saggezza; percorri la natura in tutta la sua grandezza, e donami, se osi, l’esempio di questo tirannico dominio. Risali agli animali, consulta gli elementi, studia i vegetali, getta un occhio su tutti i cambiamenti della materia organizzata; e arrenditi all’evidenza; cerca, fruga e distingui, se puoi, i sessi nell’amministrazione della natura. Ovunque coopereranno con un insieme armonioso a questo capolavoro immortale. L’uomo solo si è cucito addosso un principio di questa eccezione, in questo secolo di luce e di sagacia, nell’ignoranza la più crassa, vuole comandare come un despota su un sesso che possiede tutte le facoltà intellettuali; pretende di godere della rivoluzione e di reclamare i propri diritti di uguaglianza.”


Superfluo descrivere le ostilità che simili posizioni le procurarono, alle quali, quando la rivoluzione prese la svolta che avrebbe portato agli anni del Terrore, si aggiunse quella di Marat e di Robespierre, da lei accusati di esserne i responsabili. Arrestata e trasferita da un carcere all’altro venne infine rinchiusa nella tristemente famosa Conciergerie, l’anticamera della morte, giudicata da un tribunale presieduto da un fedelissimo di Robespierre; condannata a morte venne ghigliottinata il 3 novembre 1793. Sulla carretta che la portava al patibolo si dice abbia detto: “Avremo ben il diritto di salire alla tribuna, se abbiamo quello di essere condannate a morte”.
P.S. Nel 2007 Ségolène Royal ha espresso il desiderio che i resti di Olympe fossero trasferiti al Panteon. Il desiderio non è stato soddisfatto.


 


[Eva Cantarella]