Il lavoro da casa per le donne è davvero "smart"?

I risultati dell’indagine CGIL: l’home working può essere più gravoso per le lavoratrici. Il rischio di forme di segregazione occupazionale, con evidente svantaggio per le donne. [Di Cristina Buonvino]

I rischi dello smart working

I rischi dello smart working

Cristina Buonvino 22 maggio 2020

L’emergenza Covid ha modificato anche il modo di lavorare e se prima erano 500 mila le persone che lavoravano da casa, nei giorni dell’isolamento sono diventate 8 milioni nel giro di un paio settimane. Non si è trattato di una scelta delle aziende o dei lavoratori, ma di un obbligo dovuto alla necessità di restare a casa per evitare il contagio, quindi i dati vanno letti tenendo conto di questo. E’ comunque importante osservare quello che sta succedendo e rimanere vigili perché, se ci sono criticità, vengano risolte.


 


Leggendo i risultati dell’indagine condotta dall’Area Politiche di Genere della CGIL con la Fondazione Di Vittorio proprio durante i giorni dell’emergenza Covid, e rivolta a tutti i lavoratori, uomini e donne, viene spontaneo cercare di capire se ci sono differenze o discriminazioni differenze di genere. E naturalmente ci sono.


 


Intanto a rispondere al questionario sono state per il  65% donne. Tra queste il 51% in possesso di un diploma, il 34% di una laurea, il 10% di una specializzazione: la maggiore scolarizzazione per le donne non corrisponde poi alla ripartizione per genere delle qualifiche apicali. Ma questo era così anche prima del lavoro agile.


 


Nello smart working al tempo del Covid le donne si sono dovute arrangiare molto più degli uomini nel trovare in casa uno spazio per lavorare: dovendo prendere alla lettera la definizione di questa forma di lavoro in italiano, si sono fatte agili anche le donne. La maggior parte è finita in cucina o si è dovuta spostare di continuo da una stanza all’altra, in una sorta di pendolarismo casalingo.


 


La strumentazione che nella maggior parte dei casi dovrebbe essere fornita dall’azienda, è stata data alle donne meno frequentemente che agli uomini, e se la differenza non è grandissima, comunque c’è. Il 48% dei maschi ha ricevuto il pc aziendale contro il 42% delle femmine. Se al 41% degli uomini l’azienda ha fornito uno smartphone, alle donne è toccato solo il 25%.


 


 


Anche le risposte che riguardano l’organizzazione e la separazione dei tempi di lavoro e del tempo per la famiglia fanno saltare all’occhio che per le donne può essere stato più complicato. In molti casi il lavoro trova spazio quando la casa è stata messa in ordine e i bambini dormono. Oltre la metà degli uomini ha quindi decisamente dichiarato di riuscire a avere tempo per tutto, mentre sono di più le donne che hanno risposto di aver avuto difficoltà o addirittura di aver vissuto tempi di cura e lavoro intrecciati tra loro.


 


Non c’è scritto nell’indagine, ma non è difficile immaginare che se una moglie e madre di famiglia lavora da casa, si potrà pensare anche in futuro di poter risparmiare su un aiuto domestico o di cura dei bambini. A che serve la baby sitter o la colf se mamma resta a casa? E in effetti le risposte sul rapporto con i lavori di cura/domestici in questa fase, evidenziano un maggiore carico per le lavoratrici che diventa significativo soprattutto nei confronti dei figli; le donne nel 30,5 % dei casi dichiarano di avere condiviso poco o per niente la loro cura. A confutare questo dato però ci sono le risposte degli uomini che hanno risposto di aver condiviso spesso le faccende di casa.


 


 


Dagli intervistati l’esperienza di smart working di questo periodo è  stata percepita come una possibilità di avere flessibilità (75%, 8% in più di uomini), per niente in grado di offrire scatti di carriera (85% sempre in maggioranza uomini), ma capace di consentire di essere meno esposti alle molestie sul lavoro (72%, percentuale che sorprendentemente contiene una maggioranza femminile solo del 3%), e si teme che esponga al rischio di essere marginalizzati dal luogo di lavoro (ipotesi temuta a pari merito da entrambi i generi).


 


Interessante anche la risposta suddivisa per genere alla domanda se questa modalità di lavoro sia indifferente: poco per il 58,37%  delle donne contro il il 44,5% degli uomini. Per le donne è infatti più complicata (33,86 vs 25% ), più alienante e più stressante.


 


Stare in equilibrio tra impegni di lavoro, preparazione dei pasti, lavatrici e cura dei bambini è difficile, fisicamente faticoso e a volte emotivamente frustrante, ma il fatto di averlo condiviso durante la fase di isolamento potrebbe essere anche un modo di far capire agli uomini quanto il lavoro della cura della casa e della famiglia siano pesanti.


 


E se le misure di contenimento dovute al Covid hanno forzato la mano al mondo del lavoro obbligando aziende e lavoratori allo smart o home working che dir si voglia, bisogna stare all’erta che questa formula non si trasformi per le donne, nella fase due e in quelle che seguiranno, nel rischio di vedere aumentare il carico di lavoro, di essere obbligate all’home working e quindi allontanate o estromesse dai luoghi di decisione, di non poter più avanzare nella carriera, o di vedere crescere in futuro i divari salariali.