Il cattivo giornalismo che annienta le donne

È in libreria “Manifesto per la verità” di Giuliana Sgrena: sulle notizie manipolate di donne, guerre e migranti. A partire dai giornali di casa nostra [di Silvia Garambois]

Manifesto per la verità, Giuliana Sgrena

Manifesto per la verità, Giuliana Sgrena

Redazione 19 settembre 2019
di Silvia Garambois

Il finale è un pugno nello stomaco: “Come ha detto un giornalista famoso e stimato come Enzo Biagi quando apprese del mio rapimento, sarebbe stato meglio se fosse rimasta a casa a fare la calza. Se fossi tornata in una bara mi avrebbero celebrata (forse) come una giornalista che cercava la verità e aveva fatto degli scoop. In realtà uno scoop, quello dell’uso del fosforo bianco a Falluja, l’avevo anche fatto, ma nessuno se n’era accorto. Invece sono tornata viva e colpevole, visto che me l’ero andata a cercare”.

Ma il “Manifesto per la verità” di Giuliana Sgrena non è un libro autobiografico, anzi questa è praticamente l’unica testimonianza personale, così dura, che ci costringe a rifare i conti con la tensione, il dramma, la tragedia di quei giorni. Quando lei si è salvata, ma con i proiettili in corpo.
Non è biografico, anche se poi quando una giornalista (o un giornalista) appassionato del proprio mestiere parla di informazione sta comunque parlando di un pezzo di sé: ma qui si tratta di fake news, o meglio – come recita il sottotitolo – di “Donne, guerre, migranti e altre notizie manipolate”. Praticamente un libro giallo. Dove si tirano in ballo i potenti della Terra. Anche quelli che si muovono nell’ombra…
Allora, le fake news. Una novità dell’era sovranista? “Secondo papa Francesco anche Eva è stata vittima di una fake news uscita dalla bocca del serpente, evidentemente ispirata dal diavolo”. Niente di nuovo sotto il sole. Le notizie create ad arte, tanto quanto le “polpette avvelenate”, hanno nutrito conflitti di ogni tipo. Hanno scatenato guerre. 

Le prime vittime di stampa di cui parla Sgrena sono le donne. Una “cultura dello stupro” che parte dalle molestie e dai movimenti delle donne, che nel nostro Paese non hanno certo goduto di “buona stampa”.
Dalla gogna mediatica contro Asia Argento alla scarsa credibilità data a quante denunciano violenza, mettendone in dubbio la parola e il comportamento (“Se l’è andata a cercare”), alle “cene eleganti” di Berlusconi: “In Italia siamo per così dire, purtroppo, vaccinati rispetto all’intreccio perverso di potere, sesso e denaro. E probabilmente proprio l’evoluzione di quei fatti ormai lontani ha portato a una sorta di rimozione o rassegnazione che rende oggi ancora più difficile la denuncia”. Ma lo sguardo di Sgrena – tanto a lungo inviata di esteri - si allarga: non solo Hollywood e l’Italia, ma la Cina, la Turchia, il Pakistan, l’Iran… la Chiesa cattolica, con le denunce delle suore ai preti.

Ma c’è anche il riscatto. Il libro racconta così la vittoria dei “viernes negros” della tv spagnola, lanciate nel maggio del 2018: i venerdì in cui le giornaliste per protesta si vestivano di nero per un rinnovamento della rete pubblica in senso pluralista, indipendente e per porre fine alla discriminazione nei confronti delle donne. 12 settimane di protesta, poi un accordo con il governo “ha posto fine alla mobilitazione, che comunque ha ottenuto un risultato”.  O in Cile, dove #metoo è partito dalle università, e dove le donne “hanno infranto un tabù che durava da millenni e le condannava al silenzio, all’umiliazione e alla frustrazione”. 
E poi, il buio dell’informazione – di casa nostra – quando il racconto è quello dello stupro e del femminicidio. Sgrena dedica due capitoli del libro al racconto e resoconto di come i giornali – fatto per fatto e testata per testata – hanno maltratto, rivittimizzato, le donne. Sono tutte le storie di cui GiULiA (che Sgrena cita più volte) si è occupata in questi anni, su cui sono stati fatti esposti, per i quali si è arrivati a scrivere il “Manifesto di Venezia”.

Eppure, a rileggere uno dopo l’altro questi avvenimenti, viene un nodo in gola. Lo stupro di Rimini e quello di Firenze (dei carabinieri) e il doppiopesismo dell’informazione. La deresponsabilizzazione degli assassini nei titoli e negli articoli, pieni di amore, raptus, passione… Le sentenze di Bologna (le attenuanti per “tempesta emotiva” dell’assassino) e quella di Genova (con l’assassino che “era stato illuso”). Le trasmissioni tv, da “Amore criminale” (un ossimoro) al Grande Fratello Vip (“Rifiutare una donna è peggio che violentarla”, Ivan Cattaneo). Dal decalogo del Messaggero per le donne per proteggersi da “Roma insicura” al video tutorial della tv marocchina per insegnare alle donne a truccarsi in modo da nascondere i segni delle botte…

Con la stessa passione il “Manifesto per la verità” si occupa di guerra e di migranti. E di fake nwes. Per arrivare infine a una domanda: il giornalismo sta morendo perché ci sono le fake news o le fake news proliferano perché il giornalismo sta morendo? (Ma Giuliana risponde: è solo la qualità dell’informazione che ci salverà, giornaliste e giornalisti, lettrici e lettori).
 
Giuliana Sgrena 
“Manifesto per la verità” 
Il Saggiatore (euro 15,00) 
 
Le prossime presentazioni:

Ottobre: 15 Trevignano; 16 Montebelluna; 18 Pieve di Soligo; 21 Como; 22 Cesano Boscone; 23 Legnano; 24 Varese; 25 Gallarate; 26 Verona
Novembre: 19, Milano nella sede dell'Unione femminile