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La libertà passa anche per la cura della nostra "bellezza"

E non è solo un vezzo. Come spiega Lucia Iraci che a Parigi ha aperto un "salone sociale" per donne povere. Che qui trovano anche lavoro. Un articolo di Silvia Truzzi sul Fatto Quotidiano

La libertà passa anche per la cura della nostra "bellezza"

Redazione Modifica articolo

9 Gennaio 2012 - 23.39


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‘Uscendo dalla metropolitana a Barbès, nel 18 esimo arrondissement di Parigi, incontri uomini che distribuiscono volantini pubblicitari di maghi e guaritori. Dice il bigliettino che “lo sciamano risolve problemi di salute e ha un”ottima reputazione”. Mille persone ti vengono incontro per offrirti sigarette di contrabbando o orologi rubati. Di fronte ci sono i punti vendita della catena Tati, un mondo intero a basso costo: puoi comprare un vestito da sposa a 20 euro e una montatura per gli occhiali a dieci, una tutina da bebè con una manciata di centesimi.
La Goutte d’Or è un quartiere povero, lontanissimo dall’iconografia della Ville Lumière da cartolina, ma se entri in un negozio a chiedere indicazioni ti trattano molto meglio che al Marais. A nessuno frega se il tuo francese non è perfetto e nemmeno quanto puoi spendere. In una piccola rue si avvicina un uomo di colore, tiene in mano una confezione di Chanel n. 5: costa venti euro. Poco, ma forse troppo per gli immigrati che abitano qui: eppure qualcuno lo comprerà, cercando l’odore e il miraggio di un Occidente da copertina o magari solo un po’ di consolazione in una spruzzata di profumo.
La cura di sé non è solo un vezzo, non è un capriccio per fanciulle viziate e annoiate: è un sostegno per tutte le donne. Lo spiega, con allegria, una signora di lontane origini italiane. Si chiama Lucia Iraci, è una donna d’affari molto famosa nel mondo della moda: da vent’anni lavora come parrucchiera per i più grandi stilisti e le più prestigiose riviste. Nel 2000 ha aperto il suo salone nell’elegante Saint Germain des Prés: “Il mio motto è sempre stato far sentire ogni donna una star, chiunque fosse. Ho sempre fatto la parrucchiera e mi sono resa conto che una donna che si prende cura di sé si sente subito più sicura. A un certo punto ho capito che mancava una dimensione alla mia vita”. Non tutte le donne possono spendere: Lucia ha cominciato, un lunedì al mese, ad aprire il suo salone a chi non aveva possibilità di pagare. Però non bastava. L’associazione Josephine per la bellezza delle donne è nata nel 2006 da una constatazione allarmante: l’80 per cento delle persone povere sono donne, per molte di loro è difficile trovare un lavoro e una casa, ma anche accudire i propri figli.
“Sono donne che non hanno né soldi né tempo per prendersi cura di sé: così poco a poco perdono fiducia e si isolano, sia socialmente che professionalmente”. L’8 marzo scorso è stato inaugurato il salone sociale Josephine, qui alla Goutte d’Or. Sulla vetrina ci sono parole come autostima, aiuto, fiducia in sé. Non è solo un salone di bellezza accessibile: le clienti sono aiutate nella ricerca del lavoro e in generale nel reinserimento sociale. Fino a oggi 500 persone hanno varcato la soglia del centro estetico dove hanno trovato molto più che una buona acconciatura. Ci sono assistenti sociali e consulenti che le preparano a sostenere un colloquio di lavoro, le consigliano, mettono a loro disposizione anche abiti per presentarsi al meglio. Il salone pratica tariffe simboliche: 3 euro per taglio e colore, 1 euro per tutto il resto (trucco, manicure, corsi di ginnastica).

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Purtroppo non si sceglie dove si nasce: la civiltà è non condannare nessuno a essere inchiodato all’eventuale disagio di una condizione misera. L’integrazione passa prima di tutto per la testa delle persone: noi lo sappiamo bene perché abbiamo avuto al governo un partito razzista che ha fatto della discriminazione e della paura un programma politico. Però, come insegna questa storia francese, passa anche per una messa in piega.

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