Afghanistan, un buco nero che ha cancellato le donne | Giulia
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Afghanistan, un buco nero che ha cancellato le donne

Proprio il l 15 agosto di 5 anni fa, il regime di Kabul ha innescato un arretramento dei diritti umani. Il bilancio del ritorno al potere dei talebani è spaventoso. Le donne e le ragazze continuano a pagare un prezzo altissimo tra violenza, minacce e discriminazioni

Afghanistan, un buco nero che ha cancellato le donne
Foto Fondazione Pangea
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Antonella Napoli Modifica articolo

15 Agosto 2026 - 08.12


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Il 15 agosto del 2021 un buco nero ha inghiottito le donne in Afghanistan dopo 20 anni di democrazia, con tutti i suoi limiti.

Cinque anni dopo il ritorno al potere dei talebani il bilancio è spaventoso.

Il popolo afghano, non solo le donne, vive immerso in una crisi senza precedenti. Il regime ripristinato a Kabul ha innescato un  arretramento dei diritti umani, con un’azione repressiva e una gestione fallimentare delle risorse del paese che hanno generato una spirale vertiginosa che lo ha scaraventato in una crisi economica e umanitaria di portata titanica.

Le condizioni di vita della popolazione continuano a peggiorare.

Dal punto di vista sociale e civile, il quadro è sconfortante. Secondo i dati forniti dalla Revolutionary Association of the Women of Afghanistan (RAWA), le donne e le ragazze continuano a pagare un prezzo altissimo. Le restrizioni per ogni aspetto della loro esistenza si sono intensificate: sono state escluse dall’istruzione pubblica, le possibilità di lavoro sono state drasticamente ridotte e molte si trovano costrette alla clandestinità o a vivere in condizione di isolamento forzato e sono oggetto di discriminazioni, minacce e violenze.

La legge islamica rigorista imposta dal regime limita libertà e diritti basilari.

Su tutte ricordiamo la disposizione di “tutela” dal “vizio” che ha ha definito la voce femminile “inappropriata” in pubblico; alle donne è vietato cantare, recitare o parlare a voce alta fuori dalle mura domestiche.

I talebani hanno eliminato ogni spazio di autonomia non solo per le donne ma anche per le minoranze etniche. 

Libertà fondamentali sono calpestate quotidianamente. 

Come scrive Giorgia Pietropaoli, esperta di questioni afghane e autrice del  libro “Afghanistan, dove tutto cambia per non cambiare mai” per la rubrica Focus internazionale di Focus on Africa “le strade di Kabul non sono più quelle che conoscevamo. Anche per gli uomini, l’aria è pesante, ma per le madri, le mogli e le figlie ogni passo fuori casa è diventato un salto nel vuoto”.

La comunità internazionale ha condannato queste violazioni, ma l’attenzione sull’Afghanistan si è ridotta nel tempo fino a essere del tutto oscurata.

Dal punto di vista economico, il paese è precipitato in una crisi sempre più profonda. Secondo le stime delle Nazioni Unite, circa il 90% della popolazione vive in condizioni di povertà, e oltre il 30% soffre di fame acuta. La disoccupazione ha raggiunto livelli record, le riserve internazionali sono state congelate e il paese dipende quasi esclusivamente dagli aiuti umanitari. Tuttavia, anche queste risorse sono spesso bloccate o insufficienti, aggravando una situazione già allarmante.

Tali difficolta si traducono quotidianamente in episodi di malnutrizione, mancanza di accesso ai servizi sanitari di base e un incremento delle morti prevenibili. La carenza di medicine, vaccini e risorse sanitarie spinge il sistema di assistenza al collasso. In questo quadro, la popolazione si apre a una tristissima realtà: fame, povertà e repressione sono diventati la normalità.

In questo scenario così complesso, il ruolo dell’informazione assume un peso cruciale. 

La copertura mediatica internazionale sull’Afghanistan si è spesso alternata tra interesse temporaneo e totale oscuramento.

Il paese, infatti, continua a essere raccontato in modo discontinuo, spesso ridotto a un problema di sicurezza o di terrorismo, piuttosto che come trattato come un’emergenza umanitaria con conseguenze dirette e quotidiane per gli afghani. I media tendono a focalizzarsi su questioni geopolitiche o su singoli episodi, ignorando la portata sistemica della sofferenza civile e delle oppressioni quotidiane che le donne e le fasce più vulnerabili della popolazione devono affrontare.

Al di là dei numeri e delle analisi, si rende necessario un ripensamento sul ruolo dell’informazione e dell’attenzione internazionale. L’Afghanistan non può essere ridotto a un tema di cronaca passeggera: la sua crisi richiede una narrazione attenta, approfondita, capace di sensibilizzare e coinvolgere l’opinione pubblica globale. Solo così si potrà agire efficacemente, sostenendo le voci di quelle donne, di quegli uomini e di quei bambini che ogni giorno continuano a vivere in una condizione di privazione e repressione crescente, in una terra che, cinque anni dopo, ha perso le  speranze di un cambiamento e avverte il peso dell’isolamento.

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