«Lorena Isceri condivideva con Federico Vella la passione per i viaggi, l’ultimo è stato costretto a farlo nel bagagliaio della su auto». Confesso che, quando ho ascoltato queste parole in un servizio televisivo, mi sono bloccata e all’incredulità del primo momento è subentrata la rabbia, anche il dolore, la consapevolezza che quasi 9 anni di Manifesto di Venezia sono passati invano. Un approccio giornalistico tossico, che banalizza un femminicidio. Perché quella frase? Forse chi l’ha scritta e pronunciata ha pensato di essere originale, passando sopra anche alla dignità della vittima. Ho provato, se possibile, a ‘vivisezionare’ quell’affermazione, collocandola nella dinamica di un delitto che, proprio con quella espressione, rischia di ridursi a un incidente di percorso in una relazione finita. Come si può definire “viaggio” quei venti minuti di Lorena Isneri legata con fascette che servono per legare fili e che entrano nella pelle appena si fa un movimento, come nella pelle e nella testa della vittima è entrata quella sensazione, devastante, di veder sfuggire la vita per scelta di altri che pensano di avere un diritto di possesso assoluto? Non si può, non si deve.
Il sequestro, premeditato, la violenza, la morte giù da un cavalcavia non sono mai accostabili all’espressione “storia d’amore” e GiULiA Giornaliste, anche nei corsi in questi nove anni di ‘Manifesto’, anche attraverso l’Osservatorio Step – Ricerca e Informazione, a La Sapienza Università, in cui si monitorano 26 testate, lo ribadisce in tutti i contesti. Un femminicidio, come ogni forma di violenza, va raccontato dando voce anche a chi è stata tolta. E, invece, in molti giornali e servizi tv, proprio in questo caso, si è assistito, da una parte, al ‘victim blaming’, ribadendo, anche nei titoli, che Lorena non aveva denunciato Federico “perché non voleva rovinarlo”, e che aveva paura, che “aveva scoperto che lui frequentava un’altra donna”, quasi a sottintendere che l’idea di chiudere il rapporto sia stata la causa scatenante del femminicidio.
Così come è da condannare l’himpathy verso Federico Vella: le molte interviste allo psichiatra che lo aveva in cura, le titolazioni e i contenuti insistendo che “pochi giorni prima lo avevo visitato e mi era sembrato tranquillo. Non mi aveva manifestato la sua intenzione di fare del male a Lorena” suona come un tentativo, non si sa a quale fine, di ‘annacquare” un femminicidio.
Se è vero che la scelta, su testate cartacee, online e televisive, di proporre il messaggio di Franco Isceri, padre della vittima, sia potente per generare quel cambiamento culturale per il quale GiULiA, le Cpo degli organismi della categoria giornalistica e Osservatorio Step si battono, così non può dirsi per la scelta di immagini della coppia felice, foto, ma anche video, diventati virali sui social, che continuano ad avere un effetto pesantemente negativo e stereotipato nel racconto della violenza di genere. Basta con queste immagini rubate dai profili social, basta con l’informazione piegata alle ‘regole’ dell’infotainment: la morte di Lorena Isceri non è l’ultima puntata di una serie tv, in cui fare una cronaca dell’orrore minuto per minuto per qualche clicbait in più. Non si tratta, sia chiaro, di censurare la cronaca o non raccontare chi era la vittima: al contrario, le sue passioni, i ricordi di lei, aiutano a restituire quella dignità che le è stata tolta. Non devono (non dovrebbero) mai essere usati per tentare di spiegare il femminicidio come ultimo atto di una relazione d’amore conclusa, dimenticandoci di presentarlo come, invece, è, una azione di violenza e possesso di chi non ha accettato di essere lasciato.
E questa non è una semplice differenza stilistica, ma è sostanziale, perché fino a quando, nell’informazione, passerà il messaggio che certi uomini “uccidono per troppo amore”, l’amore finirà per diventare una attenuante e continueremo a contare il numero dei femminicidi, senza capire, spesso, che un racconto sbagliato è parte del problema.