C’è una domanda che GiULiA Giornaliste si pone da anni e che il settembre 2026 ha reso ancora più urgente: la politica italiana sa parlare d’altro, delle donne, che non sia il loro corpo? Le ultime tre settimane sembrano rispondere di no.
Il 19 settembre, alla kermesse «Itaca» di Formello, il vicepremier Antonio Tajani ha paragonato il voto alla scelta della moglie giusta, elencando un insieme di stereotipi sessisti per definire la donna giusta da sposare – e invitando implicitamente le ragazze a preferire la gonna lunga. Matteo Renzi ha replicato senza mezzi termini: «Il ministro degli Esteri si occupi del burqa delle donne afghane, non delle minigonne delle ragazze italiane». Interpellata sul caso, Giorgia Meloni ha scelto la via della minimizzazione, invitando a «non ingigantire» – una risposta che, secondo l’avvocata Clarice Carassi, rivela una “totale adesione” al modello culturale patriarcale.
Due giorni dopo è arrivato Roberto Vannacci, che dagli studi di SkyTg24 ha pronunciato frasi giudicate da più parti politiche – Lega, Italia Viva, Avs – come una riduzione delle donne a oggetto sessuale, difendendosi poi in conferenza stampa: «Non sono un bacchettone, quindi non mi vergogno di quello che dico».
Il salto di qualità – se così si può chiamare – è arrivato il 26 settembre: Vannacci ha diffuso sui social una foto della sottosegretaria Matilde Siracusano ritoccata con l’intelligenza artificiale, con la maglietta bianca dell’originale fatta sparire e sotto la giacca una scollatura profonda. Alle proteste ha risposto invitando a “continuare pure a occuparvi di scollature”. Siracusano ha annunciato querela: è il primo caso politico nazionale a chiamare in causa l’articolo 612-quater del codice penale, introdotto dalla legge 132/2025 sull’IA, che punisce la diffusione non consensuale di immagini alterate.
Non è un episodio isolato: anche Giorgia Meloni è stata bersaglio di un deepfake che la ritraeva in abbigliamento succinto, mentre nel 2014 fu Maria Elena Boschi a subire un fotomontaggio con un perizoma aggiunto durante il giuramento al Quirinale.
Come osserva la docente Martina Carone, il linguaggio sessista in politica non serve solo a insultare, ma a delegittimare le donne, spostando il giudizio dalle idee al corpo. La destra ha il vizio più visibile, ma il meccanismo attraversa gli schieramenti. Finché la scollatura resterà un argomento politico, il problema non sarà l’intelligenza artificiale: sarà l’intelligenza, punto.