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Una bacheca web da oggi mostra i volti delle vittime di femminicidio, e dei loro assassini. Un pugno allo stomaco, ma necessario. Per non dimenticare [di Adriana Terzo]

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20 Gennaio 2013 - 03.22


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I nomi, i cognomi, come e quando hanno ucciso. Ma soprattutto i loro volti, decine e decine di volti che destano sgomento. Il sito che li ha raccolti mostra facce qualunque di uomini qualunque, con un unico filo rosso che li lega: aver ammazzato la propria moglie, fidanzata, compagna, o forse ex. Un’operazione chirurgica di raro ma doveroso dolore con una finestra spalancata su una incredibile mole di informazioni, di notizie, di documenti processuali, di storie, di biografie, di fotografie. Di loro, quelli che i tg e i giornali ancora giustificano spiegando gli impropri gesti come frutto di raptus, follia d’amore o troppa passione. Quando invece basterebbe dire solo che sono dei femminicidi, assassini di donne in quanto tali, sicari domestici di ragazze che volevano essere libere, uccisori di femmine che hanno osato dire NO.

Un lavoro immane. Giorno dopo giorno alimentato da Emanuela Valente, che ha documentato tutto quello che ha potuto in tv, sui giornali, sul web e minuziosamente archiviato, e che ora propone pubblicamente sul sito http://www.inquantodonna.it/ da oggi online. Che spiega: “Non è sbagliato affermare che la battaglia contro il femminicidio sia come quella contro la mafia, poiché i crimini contro la donna non sono eventi sporadici di squilibrati in preda ad un raptus improvviso e passeggero, come invece vengono quasi sempre presentati, ma la massima espressione di un sistema sociale e di una cultura millenaria di cui tutta la collettività, donne comprese, è intrisa”. “La colpa – aggiunge – non è solo di una millenaria cultura di possesso dell’uomo sulla donna, ma anche della sottomissione cui la donna stessa si presta, sostenuta da un intero sistema che la porta a non denunciare, a mostrare la fede e a lavare i panni in famiglia”.

Giusto. Eppure, il disagio è grande mentre si scorre la carrellata dell”horror spiattellata dopo un semplice clic sulla tastiera. Giovani, anziani, scuri, biondi, con i baffi o senza. Perché, perché? E la commozione che sale guardando loro, Beatrice, Teresa, Federica, Zahira, Giovanna. Erano studentesse, imprenditrici, operaie, badanti, impiegate, infermiere, insegnanti, ballerine, dottoresse. Ricche e povere, giovani ed anziane, scure e bionde. Sul sito i loro visi sono belli e sorridenti, contorni di una realtà che non doveva essere stata invece così felice. Elena con il cappellino nero, Maria con il microfono, Kaur con l’hijab giallo. Quasi tutte, invariabilmente hanno subìto prima le minacce e le violenze, senza averle mai denunciate. “Quelle che l’hanno fatto, però – si legge ancora sul sito Iqd, In quanto donn – con grande tenacia e determinazione poiché la deposizione di una denuncia per stalking è nel nostro paese ostacolata in ogni modo sia moralmente che materialmente, non hanno ricevuto alcuna protezione”. Lisa Puzzoli, Silvia Mantovani, Patrizia Maccarini e molte altre sono state uccise dopo aver denunciato chi le minacciava, dopo aver chiesto ripetutamente aiuto. Monica Da Boit ha chiamato il 118, terrorizzata, poche ore prima di essere uccisa, ma la pattuglia non è intervenuta. Sonia Balconi, poi, è morta per un “guasto elettrico al sistema informatico” che aveva fatto dimenticare le sue denunce.

Nella bacheca-archivio virtuale sono molti i casi “in cui non sembra esserci un colpevole. Tanti anche quelli in cui le perizie psichiatriche commutano il carcere con la casa di cura se non addirittura con l’assoluzione”. Non mancano i casi incredibili, come quello di Denis Occhi, che confessa di aver ucciso l’ex moglie solo dopo che la sentenza è passata in giudicato e rimane dunque, per il sistema giuridico italiano, libero e innocente. O quello di Renato Di Felice, un uomo buono e tranquillo, reo confesso, che ha scontato 2 giorni di carcere per l’uccisione della moglie. Poi c”è Luca Delfino che, appena assolto dall’accusa di omicidio di Luciana Biggi, uccide Maria Antonietta Multari. E Maurizio Ciccarelli, già arrestato per il tentato omicidio della prima moglie, che mentre è ai domiciliari uccide la seconda. Lo stesso fa Franco Manzato.

Il sito non manca, giustamente, di sollevare le colpe dei media. Di tutte quelle giornaliste e quei giornalisti che per malavoglia o malafede non rendono conto in modo corretto e non scandalistico sui casi di femminicidio. Indulgendo, ancora troppo spesso, sui dettagli che riguardano la vita privata delle donne uccise, su come si abbigliavano, sui loro orari e sulle loro abitudini. Con poco o nessun rispetto per la loro dignità e per la loro privacy. Cronache pruriginose più che libera informazione scevra da pregiudizi, ossessivamente ripetute come format. “Una delle mascherine più abusate è quella del raptus: un attimo incalcolabile ed imprevedibile durante il quale può accadere di tutto. Il raptus arriva di solito dopo l’ennesimo litigio e provoca quell’alterazione tale per cui il soggetto non ci ha visto più ma riesce a centrare benissimo la vittima”.
E mancano tante fotografie di chi ha colpito a morte, nonostante il sito sembra straripare di facce fin quasi al (necessario) disgusto. Perché quelle morti non restino impunite, perché almeno le donne che ora non respirano più e non sono più tra di noi, con le loro figlie e i loro cari, restino vive nell”immaginario, perché dopo la violenza e la morte non siano dimenticate.

“Iqd raccoglie le informazioni che è stato possibile rintracciare attraverso i media e Internet. In particolare, per quanto riguarda i procedimenti giudiziari, troppo spesso mancano notizie riguardo le condanne, gli eventuali sviluppi dei processi e l’effettiva applicazione delle sentenze. Invitiamo tutte/i coloro che volessero segnalarci notizie utili a scriverci su scrivi@inquantodonna.it”. La memoria come necessità di vita.

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