Assolta in tribunale per l’inchiesta pluripremiata sulle connivenze | Giulia
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Assolta in tribunale per l’inchiesta pluripremiata sulle connivenze

Sono i giornalisti “di periferia” i più esposti alle querele. Sono le giornaliste le più attaccate. La testimonianza di Marilù Mastrogiovanni

Assolta in tribunale per l’inchiesta pluripremiata sulle connivenze
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30 Luglio 2019 - 21.52


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di Marilù Mastrogiovanni

Vi aggiorno sull’ultima vittoria.

Mi hanno querelata i seguenti assessori del Comune di Casarano (Lecce): Pompilio De Nuzzo, Adamo Fracasso Matilde Macchitella, Laura Parrotta, Marcello Torsello, con il sindaco del Gianni Stefano (ex Forza Italia, ora fittiano). Il pm Milto De Nozza della Direzione distrettuale antimafia presso la Procura di Lecce ha chiesto l’archiviazione perché quanto ho scritto corrispondeva al vero.
Benché la mia critica fosse “pungente”, ha scritto De Nozza, non scadeva in attacchi personali. Tutti, tranne Adamo Fracasso, si sono opposti con l’avvocato Francesco Vergine, pagato con soldi pubblici. Il gip Sergio Mario Tosi ha archiviato con una motivazione esemplare.

Questa è l’inchiesta contestata:

https://www.iltaccoditalia.info/2016/11/03/augustino-potenza-marketing-della-mafia-sacra-corona-unita-casarano/

Molto interessante la trattazione giurisprudenziale del gip Tosi, che spiega che, va bene il diritto di critica, ma la critica, per essere tale e non pura farneticazione, deve poggiarsi su fatti veri.

E quelli illuminati dalle mie inchieste lo sono.

C’è poi una specificità di genere nelle intimidazioni e nelle minacce nei confronti delle donne giornaliste che merita l’attenzione delle Istituzioni, del Legislatore, degli organismi di categoria, della politica e dell’opinione pubblica.
Tutte le statistiche dimostrano che sono i giornalisti di periferia ad essere più esposti, a rischiare di più. Perché più vicini ai fatti, lì dove accadono.

Io, come giornalista, difendo i fatti di interesse pubblico. E i fatti non hanno sesso. Ma se è una donna a scoperchiarli, a illuminarli, e si tratta di fatti gravi, quella giornalista viene sempre attaccata sul piano personale.

Nella querela di cui parliamo qui, un fascicolo di 77 pagine, elencano le querele che hanno presentato contro la sottoscritta: sette. Lo scrivono con una punta di orgoglio. Di alcuni dei procedimenti penali citti nella querela, non avevo notizia: apprendo di indagini a mio carico attraverso una querela temeraria. 

Proprio oggi, mentre scrivo, me ne è stata notificata un’altra.  È il solito sindaco Gianni Stefàno: nella lista civica che portava il suo nome, fu eletto il consigliere comunale amico del boss Potenza.

Scambiando la causa con l’effetto, gli assessori e il sindaco asseriscono che l’abnormità delle querele sia la prova del mio accanimento contro di loro.

Inoltre, hanno cercato di far passare l’idea che sia mossa da sete di vendetta.

In 20 anni di mestiere ho sempre rintracciato questo maschilismo più o meno strisciante anche nelle querele, in cui si sminuisce il lavoro giornalistico riducendolo ad un esercizio dettato da un irrefrenabile impulso ormonale.

Noi donne, noi donne giornaliste, dobbiamo saper riconoscere, denunciare pubblicamente e rispedire al mittente anche questi attacchi medievali.

Ad una donna, ancora oggi, non si perdona il libero esercizio del proprio senso critico. Se poi la propria opinione si appoggia su fatti veri, e si prova con documenti alla mano ciò che si denuncia, questo, risulta davvero insopportabile.

La giornalista investigativa lo fa sempre per un secondo fine: vendetta, ricatto, odio puro. Oppure è manipolata da qualcun altro, c’è un suggeritore occulto: un marito, un suocero, un politico. 

Se poi proprio non riescono a contestare i fatti, si butta in caciara: l’illazione, il pettegolezzo, il venticello della calunnia.

Niente di nuovo: serve la cultura per salvarsi dalla trivialità e dalla violenza.

Perché, vedete, queste querele temerarie, fatte cioè per intimidire e bloccare la giornalista, sono atti violenti. Sono dinamiche già smascherate dal grande Pirandello: leggete “L’esclusa”. Era la Sicilia del 1893, ma sembra il Salento di oggi.

All’epoca, la gogna sociale, oggi la gogna sui social e, nel mio caso, anche sui manifesti.

Poiché la Giunta s’è opposta all’archiviazione, sono stata costretta a difendermi in sede di udienza preliminare: al mio fianco, e le sono grata, la FNSI, con gli avvocati Francesco Paolo e Roberto Eustachio Sisto.

 

L’inchiesta contestata è la prima puntata di un lungo lavoro d’indagine durato due anni, in cui do conto del gioco di scatole cinesi, prestanomi, collusi e colletti bianchi con cui il boss della sacra corona (assassinato a colpi di kalashnikov il 26 ottobre 2016) ripuliva il denaro frutto dello spaccio di cocaina.

Parlavo anche dei beni del boss confiscati dallo Stato e assegnati al Comune di Casarano. I beni, in stato di totale abbandono, erano assegnati con delibere di Giunta senza alcun bando di evidenza pubbilca.

L’inchiesta a puntate che ha dato fastidio alla Giunta di Casarano ha scoperchiato un sistema di connivenza tra gli ambienti criminali e quelli della cosiddetta “società civile”, l’imprenditoria, la politica. L’inchiesta ha vinto diversi premi: il Premio Giustolisi, il premio “Ambiente e Legalità”, assegnato da Legambiente e Libera, Il premio internazionale “Joe Petrosino”.  Alcune puntate di quell’inchiesta sono state sequestrate. Questo è vietato dalla Costituzione.

Ne hanno parlato tutte le testate nazionali e molte internazionali. Ne ha parlato Reporters senza frontiere, Ossigeno per l’Informazione, Amnesty International, l’International press Institute, Le Iene, tutti i tg Rai, Mediaset, molti giornali on line (dall’HUffington al Corriere al Sole24ore, al Manifesto, al Fatto quotidiano, a Repubblica).

E’ la storia di come un ragazzotto di paese sia riuscito a scalare le vette della celebrità criminale, sottomettendo cittadini e politica. E’ la storia di un genio del male tutto italiano. Amatissimo dalla popolazione, che lo osannava come un dio: tutto confermto dagli atti dell’indagine della procura di Lecce denominata “Diarchia”.

E’ la storia di un criminale, di un mafioso, amato dal popolo. Chi è stato eletto dal popolo, i rappresentanti delle Istituzioni, non mi perdonano la lucidità della mia analisi.

Alcuni di loro, eletti, erano tra quelli che l’hanno amato e non l’hanno mai rinnegato.

https://www.iltaccoditalia.info/2016/11/03/augustino-potenza-marketing-della-mafia-sacra-corona-unita-casarano/

Qui tutte le puntate dell’inchiesta premiata:

https://www.iltaccoditalia.info/sacra-corona-unita-la-quarta-mafia/

 

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