Silvia è libera, ma non dal pregiudizio

Addirittura minacciata. Costretta a chiudere la pagina social. Al suo rientro in Italia non ha trovato solo un Paese in lockdown, ma un Paese vittima del virus dell'intolleranza. [Di Tiziana Ciavardini]

Illustrazione di Mauro Biani

Illustrazione di Mauro Biani

Nella raccolta di appunti di Aristotele ‘Etica Nicomachea’ si legge “Ciascuno giudica bene ciò che conosce, e solo di questo è buon giudice” perché in realtá per giudicare bisognerebbe prima quantomeno avere conoscenza della materia di cui di disquisisce. Probabilmente di tutti i giudizi e le ipotesi fatte sul caso di Silvia Romano nemmeno una é veritiera. C’è solo una persona in grado di conoscere la verità, una verità che probabilmente sarà diversa da quella raccontata ai genitori, alla sua famiglia, ai media ed è la verità di Silvia. 



La storia racconta di una giovane donna che parte per la seconda volta per il Kenia se ne innamora e decide di tornarci con una Ong per aiutare i bambini che vivono in quelle zone. In molti stanno dimenticando o trascurando questo elemento concentrandosi solo sul rientro e non sulla partenza. Quando sei così giovane e decidi di lasciare il tuo paese per aiutare chi non ha avuto la tua stessa fortuna probabilmente il tuo animo è ben diverso dai tanti che pur di non perdere quel che hanno, non sarebbero disposti a rinunciare nemmeno a un minuto della loro esistenza per aiutare qualcuno. Quella di Silvia di chiama solidarietà, altruismo, generosità, concetti troppo astratti per alcuni.


Sentimenti ormai troppo astrusi per la nostra società, soprattutto quella occidentale ancora convinta di appartenere a quel mondo dei ‘bianchi’ superiori agli altri, rinvigorendo quell’etnocentrismo ormai superato da anni ma latente in alcune sacche della società. 


Silvia è una donna è giovane ed ha avuto un coraggio che molti di noi non avrebbero mai avuto. Ha lasciato tutto e come volontaria è andata ad aiutare chi ha più bisogno, viene rapita e per 18 mesi è in mano di sequestratori, non è piú una ‘persona’ ma diventa oggetto di scambio, viene rilasciata probabilmente su pagamento e da due giorni è iniziato un processo mediatico dal quale mi auguro la famiglia la stia tenendo a distanza.


Siamo stati tutti pronti a giudicare, senza conoscere la realtà. Silvia Romano sarà forse libera  dai suoi sequestratori, ma non è di certo libera dal pregiudizio degli italiani.

Abbiamo letto di tutto, le solite domande banali correlate a risposte banali, senza avere alcuna cognizione di cosa significhi vivere in un paese che non è il proprio ed essere prigioniera in un luogo in cui eri andata pensando di fare del bene. Un paese meraviglioso come l’Africa nel quale ti ritrovi sola a far i conti con te stessa lontano dalla tua famiglia e dagli affetti piú cari. Nessuno di noi puó sapere cosa abbia vissuto Silvia in 18 mesi, come abbia affrontato questa lunga prigionia. Probabilmente non lo sapremo mai. Sappiamo peró che a una parte di italiani, mai usciti dai confini non è piaciuto il suo rientro, non é piaciuto il suo sorriso, l’essere tornata felice, senza segni di prigionia, non è piaciuto il suo abbigliamento, il suo ‘palandrano’ verde, non è piaciuta la sua conversione all’Islam come da lei stessa dichiarato. 


Tutto questo perché? Perché ancora siamo convinti nella nostra immensa ignoranza che con il nostro punto di vista sia sempre e solo quello esatto. Perché pretendiamo che la nostra logica sia quella unica senza mai metterci in discussione. Le nostre ‘logiche’ per altre culture non sono poi cosí tanto logiche. Silvia in quasi due anni di permanenza in una cultura totalmente altra seppur in prigionia non puó non esser diventata parte integrante di quella cultura. Cibo profumi colori lingua religioni e credenze tutto completamente diverso e lontano da un semplice quartiere di Milano. Era inevitabile la sua trasformazione se non tanto esteriore quanto interiore. 


Da due giorni si riparla nuovamente di Islam come quando avviene un attacco terroristico e nuovamente ognuno riprende quei pochi dati confusi e contorti sulla religione di Maometto e ricomincia a tirare fuori tutto l’odio verso una realtà che non conosce e che non ha mai vissuto. Succede dunque che ogni notizia su Islam e musulmani in generale – che risponda ai più banali e primordiali pregiudizi – si conquisti la home page di un giornale, e in maniera sistematica ripercorra gli stessi passaggi di analisi, accuse e autocelebrazione finale. Purtroppo Silvia sará ancora per lungo tempo al centro delle cronache, perché l’idea che una donna possa scegliere volontariamente di indossare un velo o un abbigliamento tale da non mettere in mostra le forme femminili, per noi italiani é difficile da concepire. Inutile dunque, insistere su un argomento trito e ritrito: noi in Italia quando pensiamo alla donna musulmana, la prima cosa che ci viene in mente è proprio la sottomissione alle regole imposte dall’Islam. ‘Regole’, chiariamo subito, che pochi italiani conoscono bene, perché in veritá, per farlo bisognerebbe aver almeno letto e quantomeno compreso il Sacro Corano, gli hadith, la Sunna, la Sharia eccetera eccetera. Abbiamo letto di illustri  giornalisti confondersi in tema di abbigliamento islamico femminile. Chi lo chiama Burqa, Chador, Niqab, Hijab, nomi che si alternano da un articolo all’altro, senza conoscerne l’esatta provenienza tantomeno l’utilizzo che se ne fa nei vari paesi. Quanti sanno ad esempio che il ‘burqa’ è un antico costume semitico in vigore non solo presso i musulmani, ma anche gli ebrei ortodossi, gli haredim? Quanti sanno che il vestito indossato da Silvia non è il tipico abbigliamento utilizzato dalle donne che fanno parte del gruppo dei suoi sequestratori Al Shabaab? Il fondamentalismo islamico usa maggiormente il colore nero.  


Benché non siano affari nostri avremmo potuto analizzare anche le motivazioni che hanno portato alla conversione di Silvia. Ne abbiamo lette di tutti i colori, dalla Sindrome di Stoccolma, alla coercizione dei suoi rapitori; dalla libertá di scelta che peró non è piú una scelta se sei in prigionia. Sarebbe forse il caso di ricordare che la maggior parte delle conversioni all’Islam in Italia avvengono proprio nelle carceri, in un momento in cui, anche se completamente diversa dalla prigionia di Silvia, l’individuo non è ‘libero’. 


E non potrebbe essere proprio questa la chiave di lettura? Una donna giovane si ritrova sola in un paese non suo e cerca conforto in una dimensione ‘altra’ capace di alleviare le proprie sofferenze, la propria solitudine e la continua paura e lo trova proprio nella fede. Probabilmente si avvicina a quella che trova piú vicina, sbagliando forse o facendo bene. Rimane imprescindibile qualora si trattasse davvero di libera scelta, che noi non siamo nessuno per giudicare. 


Sarebbe inoltre importante ricordare a chi focalizza l’attenzione di questa vicenda solo sulla ‘conversione’ di Silvia Romano che in Italia, a differenza di altri paesi, non sussiste il reato di apostasia (abbandono della propria fede). In realtá neppure nel Corano vi sono ‘castighi’ terreni per chi abbandona l’Islam (la ridda), rimandando all’aldilà la punizione di Dio.


Nonostante dunque le pressioni psicologiche o meno che Silvia abbia potuto subire in prigionia nel caso volesse decidere di abbandonare il suo nuovo credo legalmente sul suolo Italiano è libera di farlo. Probabilmente la sua fede islamica, almeno per ora, riempie ancora quel vuoto e quella solitudine che le si era creata attorno e non spetta certo a noi stabilire se sia giusto o meno continuare a professarla. 


Immagine: grazie a Mauro Biani