“In principio era il verbo, il verbo era presso Dio, il verbo era Dio”. Giovanni pone come incipit del suo vangelo il “Verbo”, la parola.
Giorgia Meloni, prima donna a sedere a Palazzo Chigi, afferma che «le femministe hanno combattuto le battaglie sbagliate sui temi delle quote di genere». Ciò che interessa lei, ha sostenuto in una intervista al NYT, «è se sono libera di diventare presidente del Consiglio dei Ministri. Questa è parità, non essere chiamata la presidenta».
Meloni ha ragione. Ha ragione perché lei non è stata nemmeno sfiorata dalla rivoluzione femminile e femminista, è completamente immersa nella cultura patriarcale e machista che quella rivoluzione, forse la più importante del 900 anche perché pacifica, ha affermato.
Quello che interessa Meloni è essere riuscita ad arrivare nella stanza del potere. Lo afferma esplicitamente e va ascoltata e creduta.
Meloni chiede di essere appellata al maschile perché per arrivare al governo ha introiettato, assunto, utilizzato le logiche maschili del potere. Ed è talmente vero questo che nel suo discorso di insediamento, pensando di rendere omaggio a quelle donne che hanno avuto un ruolo pubblico prima di lei, le ha nominate con il solo nome di battesimo, mentre tutti gli uomini sono stati citati con il cognome.
Il nome è quello usato nella sfera privata, il cognome è quello usato nella sfera pubblica! L’idea, quindi, che l’utilizzo del maschile sovra esteso dia una rappresentazione della realtà sbagliata non la sfiora perché per lei la sfera pubblica è popolato di uomini e di quelle donne che assumono il paradigma patriarcale e machista.
Il “verbo” però non solo descrive la realtà ma la “costruisce”. Costruisce senso, cultura diffusa. Il messaggio dunque che arriva da Meloni a Palazzo Chigi, paradossalmente, è contro le donne: racconta che per “arrivare” occorre spogliarsi della propria identità tanto da non nominarla. E, d’altra parte, le politiche del governo Meloni sono state tutt’altro che a favore delle donne. Basti pensare che il primo disegno di legge presentato dal partito della premier è stato l’introduzione della personalità giuridica del feto!
E l’ultimo disegno di legge è quella proposta di legge elettorale che arretra rispetto alla necessità di garantire la rappresentanza femminile nelle istituzioni. Proposta, su questo punto, bocciata anche dalle poche donne di destra elette alla Camera.
La verità è che la prima donna a Palazzo Chigi ha segnato un arretramento collettivo dell’autonomia e della libertà delle donne italiane. È il Global Gender Gap Report 2025 ad attestare questo arretramento, l’Italia è al 35esimo posto su 40 in Europa e all’85esimo nella classifica mondiale. E siamo ultimi in Europa per occupazione femminile, ferme al 53% e gli uomini ci distaccano di oltre 17 punti percentuali.
Vivo questa stagione come una sconfitta personale e collettiva, tanto più festeggiando gli ottanta anni di voto alle donne. Sconfitta di cui temo ci sia poca consapevolezza.
Se così è, allora, la responsabilità di noi giornaliste cresce, sta a noi raccontare e costruire senso.
Sta a noi utilizzare le parole giuste!