I femminicidi, il web e Vannacci: tutte le forme della misoginia | Giulia
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I femminicidi, il web e Vannacci: tutte le forme della misoginia

Cinque femminicidi in pochi giorni. E poi il programma di Futuro Nazionale in cui, con il pretesto di parlare di protezione, si normalizza la sottomissione delle donne. Dare un nome alla violenza non basta se la misoginia resta nella cultura. Pubblichiamo l'analisi di Marina Calloni *uscita sul blog la27esimaora.

I femminicidi, il web e Vannacci: tutte le forme della misoginia
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Marina Calloni Modifica articolo

28 Agosto 2026 - 10.41


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Nella sola settimana tra il 15 e il 20 agosto cinque donne sono state uccise in Italia, quasi tutte per mano di un compagno, di un ex o di un marito: Tania Terrin a Camponogara, Maria D’Alessandro a Sant’Angelo a Cupolo, Ornella Forastefano ad Amendolara, Joanna Rouissi a Colleferro, Carmela Bifano a Corigliano-Rossano. Cinque nomi che si aggiungono a un tragico elenco che continua ad allungarsi. 

Ogni femminicidio ha una storia propria, ma il ripetersi di queste morti, spesso dentro relazioni segnate dal controllo, dal possesso e dal rifiuto dell’autonomia della donna, impedisce di considerarle soltanto come tragedie individuali. Nel caso di Tania Terrin, la vittima aveva già denunciato l’aggressore per un tentativo di strangolamento – uno degli indicatori che la letteratura sulla valutazione del rischio considera fra i più gravi – e aveva ottenuto un ammonimento. Non è bastato.

Negli ultimi decenni abbiamo imparato a dare un nome a questa violenza. Dallo scorso dicembre il femminicidio è anche un reato autonomo, introdotto dalla legge n. 181 del 2025. La violenza domestica è riconosciuta sul piano giuridico ed è oggetto di protocolli, procedure di allerta e strumenti di valutazione del rischio. Sono risultati importanti, conquistati attraverso decenni di lavoro dei centri antiviolenza, della società civile, delle istituzioni, della ricerca e dell’università, che hanno permesso di sottrarre la violenza contro le donne al lessico del “raptus”, della tragedia familiare e del fatto privato, riconoscendone la dimensione sociale, culturale e strutturale.

Ma dare un nome alla violenza non basta, così come non basta denunciarla. La prevenzione rimane fondamentale. Occorre formare chi opera nei servizi e nelle istituzioni, magistratura compresa; rafforzare le reti territoriali; condividere gli strumenti di valutazione del rischio; aiutare le donne a riconoscere tempestivamente le situazioni di maggiore pericolo; intervenire sugli uomini autori di violenza per contrastare la recidiva; investire nell’educazione all’affettività e alla sessualità.

I femminicidi raramente arrivano all’improvviso; sono quasi sempre preceduti da un’escalation riconoscibile. Sono perlopiù prevedibili, se non evitabili, come avevo avuto modo di mostrare nella ricerca sulle Domestic Homicide Reviews (DHR) che avevo condotto per la prima Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio. Bisogna saper leggere i segnali che precedono la violenza letale. Bisogna evitare che le informazioni rimangano disperse tra servizi, forze dell’ordine, magistratura e strutture sanitarie. La prevenzione non può però esaurirsi nella protezione della vittima. Deve intervenire anche su chi agisce la violenza, prima che essa si ripeta o diventi letale.

Tutto questo è indispensabile. Eppure, la persistenza dei femminicidi ci obbliga a porre una questione ulteriore. Gli strumenti di prevenzione agiscono sulle situazioni di rischio e sui comportamenti, ma quei comportamenti non si producono nel vuoto. Maturano dentro un contesto nel quale circolano idee sulla maschilità e sulla femminilità, sul possesso, sulla sessualità, sull’autorità, sulla libertà delle donne e sui limiti che a quella libertà si vorrebbero imporre. Per comprendere la violenza dobbiamo dunque interrogarci anche sulla misoginia. E, prima ancora, chiarire che cosa intendiamo quando usiamo questa parola.

La misoginia viene spesso identificata con l’odio verso le donne, quasi fosse una caratteristica individuale di tipo psicologico. È una definizione intuitiva, ma insufficiente a spiegare molte delle forme che essa assume. La riflessione della filosofa Kate Manne ci offre l’opportunità di approfondire tale concetto. In Down Girl. The Logic of Misogyny (Oxford University Press, 2018), Manne distingue la misoginia dall’avversione generalizzata contro le donne, interpretandola piuttosto come un meccanismo di enforcement. Sarebbe un’applicazione e messa in atto di un sistema di controllo e di processi sanzionatori che intervengono quando una donna si sottrae alle aspettative che un determinato ordine di genere le assegna.

Tale distinzione è fondamentale perché sposta l’attenzione dalle convinzioni interiori di un individuo al funzionamento sociale, culturale e politico della misoginia e alla sua perpetuazione nl tempo. Non è necessario odiare tutte le donne per esercitare controllo su una donna che decide di andarsene, che rifiuta una disponibilità considerata dovuta, che sceglie autonomamente della propria vita o che mette in discussione una gerarchia. La misoginia può anzi convivere con l’idealizzazione della madre, della moglie o della donna “da proteggere”. Il problema emerge quando la protezione presuppone un ruolo assegnato e quando l’autonomia viene tollerata soltanto finché non mette in discussione quel ruolo. La misoginia comincia così laddove la differenza biologica fra uomini e donne si trasforma in un dispositivo che sanziona l’autonomia.

È attraverso questa definizione che possiamo osservare insieme tre fenomeni, tra di loro distanti, ma che hanno attraversato la cronaca e il dibattito di queste settimane:
1) il femminicidio e la violenza nelle relazioni; 
2) la trasformazione della misoginia in prodotto culturale monetarizzabile e modello identitario, particolarmente evidente negli ambienti digitali;
3) il ritorno nel discorso politico di concezioni esplicitamente gerarchiche dei rapporti fra uomini e donne
.

Non vi è una relazione automatica tra di loro; sono però interconnessi in quanto attraversati da una medesima convinzione: la limitazione dell’autonomia femminile.

Il primo caso riguarda Luigia Fortunato, uccisa a Loreto dall’ex compagno Sami Khemaies, con il quale continuava a convivere nonostante la separazione. Khemaies ha confessato l’omicidio sostenendo di avere reagito nel corso di una lite. Il sostituto procuratore Rosario Lioniello ha dichiarato che, allo stato degli atti, non vi erano gli elementi per contestare il nuovo reato di femminicidio, procedendo per omicidio volontario.

Commentando il caso Fortunato, la ministra Eugenia Roccella ha ricordato che «il reato di femminicidio non riguarda il genere di appartenenza della vittima, ma la ragione per la quale viene uccisa». Ma se tale interpretazione può essere giudicata sul piano del diritto penale, diversa è l’analisi sociale. Se intendiamo la misoginia soltanto come odio esplicito verso le donne o come movente psicologico isolabile, allora rischiamo di non riconoscere le precedenti dinamiche di controllo, possesso, rifiuto della separazione e punizione dell’autonomia che gli studi sulla violenza di genere hanno da tempo individuato. È anche su questa distanza fra qualificazione penale e comprensione sociale del femminicidio che sono intervenuti i centri antiviolenza marchigiani e D.i.Re.

La prospettiva di Manne consente allora di formulare diversamente la domanda. Non soltanto: quali erano le motivazioni psicologiche dell’omicida? Ma anche: quale rapporto di potere precedeva quella violenza e quale autonomia della donna non veniva riconosciuta? Molti femminicidi mostrano infatti, nella loro storia pregressa, una pretesa di controllo che diventa particolarmente visibile quando la donna cerca di separarsi, sottrarsi o ridefinire autonomamente la propria vita. La violenza letale può costituire l’esito estremo di quella pretesa.

Seppur necessaria, la sola risposta giuridica e istituzionale rischia allora di restare cieca rispetto a ciò che precede la violenza, ovvero il terreno culturale che l’ha alimentata. Se quindi intendiamo la misoginia come un sistema di controllo e come sanzione contro l’autonomia femminile, allora dobbiamo ammettere che non si manifesta soltanto attraverso la violenza fisica. Viene prodotta, diffusa e normalizzata culturalmente. Ed è per questo che rimando al secondo caso, che riguarda i fratelli Andrew e Tristan Tate (recentemente arrestati a Miami) e concerne la messa in atto della misoginia off- e online.

Un’inchiesta di Heidi Blake sul New Yorker  ha ricostruito accuse e testimonianze relative alle attività di Andrew e Tristan Tate e a un sistema nel quale giovani donne venivano reclutate attraverso il cosiddetto loverboy method, isolate e inserite nell’industria pornografica online sotto forme di controllo personale ed economico. Ma il fenomeno Tate non si esaurisce nelle vicende giudiziarie. I fratelli Tate hanno costruito una parte considerevole della propria notorietà su una rappresentazione apertamente gerarchica dei rapporti fra uomini e donne, trasformandola in contenuto digitale, modello di maschilità, appartenenza identitaria e prodotto commerciale.

È un passaggio fondamentale per comprendere la misoginia contemporanea, che non riguarda soltanto la sopravvivenza di vecchi stereotipi. Può infatti adattarsi ai linguaggi della cultura digitale, costruire comunità e offrire una narrazione delle trasformazioni sociali dove la crescente autonomia delle donne viene rappresentata come una perdita di status e di potere per gli uomini. La gerarchia sessuale può così essere presentata non come un residuo del passato, ma come una risposta attuale a un presunto squilibrio prodotto dall’emancipazione femminile.
Le rappresentazioni e gli immaginari culturali contribuiscono a stabilire ciò che una società considera normale o accettabile. Costruiscono modelli di comportamento e possono fornire un linguaggio condiviso a sentimenti di risentimento verso l’autonomia femminile. La misoginia, on- e offline, può così adattarsi a diversi ambiti, assumendo sempre nuove forme.

Il terzo fenomeno riguarda la politica. In Italia il programma di Futuro Nazionale, il movimento guidato dall’ex generale ed eurodeputato Roberto Vannacci, propone di eliminare il femminicidio come autonoma fattispecie di reato, riconducendo questo delitto all’omicidio. Ciò che è qui dirimente non riguarda la discussione di tale posizione in sé, anche alla luce delle tante obiezioni sollevate nel dibattito pubblico. Si tratta bensì di riconoscere la stessa matrice culturale che legittima il controllo misogino dell’autonomia femminile. Il programma propone infatti di abolire il reato proprio sulla base di una visione gerarchica dei rapporti fra uomini e donne. In alcune dichiarazioni pubbliche dell’estate, Vannacci ha definito il «patriarcato mediterraneo» come un sentimento di protezione del capofamiglia verso i familiari ritenuti più fragili, e dunque anche verso le donne. Vi è qui la rivalutazione esplicita di un modello nel quale alla differenza fra uomini e donne corrispondono ruoli gerarchicamente definiti sulla base della presunta fragilità fisica femminile, di cui la forza virile diventa il naturale contraltare. La reale forza psico-fisica e intellettuale delle donne viene del tutto rimossa. Nel modello del capofamiglia protettivo, la donna è ridotta a un mero corpo da tutelare, non è più una persona in grado di intendere e volere, il cui giudizio conta. Il che contraddice evidenti dati di realtà.

La nozione di protezione diventa qui centrale. Una società democratica protegge chi è esposto alla violenza per consentirgli/le di esercitare pienamente libertà e diritti. La protezione paternalistica muove invece da un presupposto misogino, poiché la donna viene rappresentata come naturalmente più fragile e l’uomo come il soggetto chiamato a tutelarla. Nel primo caso la protezione è al servizio dell’autonomia; nel secondo la subordina in una relazione asimmetrica. Anche l’espressione «le proprie donne» non è soltanto una scelta lessicale: evoca un’appartenenza proprio là dove il principio democratico richiede di riconoscere soggetti egualmente liberi.

È qui che i tre fenomeni – seppur differenti e dalle diverse proporzioni – tornano a incontrarsi nella connessione: violenza letale, sfruttamento economico, progetto politico. Tutti e tre condividono una concezione gerarchica dei rapporti fra uomini e donne, assumendo forme differenti, nella relazione privata, nell’immaginario culturale e nello spazio politico.

Il filo che li collega è la negazione dell’autonomia. Nel femminicidio può essere la decisione della donna di interrompere una relazione, per cui viene punita per questa scelta. Nella cultura digitale può essere l’indipendenza femminile a rappresentare la causa della crisi identitaria dell’autorità maschile. Nel discorso politico può essere il rifiuto della donna di essere intesa come soggetto da proteggere in quanto ritenuta più fragile all’interno di un ordine che mira a ri-tradizionalizzare ruoli di genere

In tutti e tre i casi, la libertà femminile viene subordinata ad un ordine patriarcale.

Questo è anche il motivo per cui la prevenzione della violenza non può essere separata dalla questione culturale. Ma la prevenzione opera dentro una società che, attraverso le relazioni quotidiane piattaforme digitali e la politica, continua a produrre rappresentazioni di ciò che uomini e donne devono essere.

Dare un nome alla violenza è stato un passaggio storico indispensabile. Ha permesso di rendere visibile ciò che per molto tempo era rimasto confinato nella sfera privata e di costruire norme e strumenti di intervento. Ma nominare non basta se non sappiamo riconoscere anche il sistema culturale entro il quale la violenza acquista significato e viene continuamente riprodotta sotto nuove sembianze. 
Parlare di misoginia serve precisamente a questo: rendere visibile il rimosso che continua a balenare soprattutto nei momenti di crisi di una virilità che vuole proporre la forza fisica come elemento di potere e di controllo, a fronte di un’altra forza delle donne, quella della libertà praticata.

* Marina Calloni è professoressa ordinaria di filosofia politica all’Università di Milano Bicocca

Per le questioni sopra trattate si rimanda a: 
Prevenire la violenza di genere. Dalla sensibilizzazione all’educazione (a cura di Marina Calloni e Giorgia Serughetti, Castelvecchi, 2026) 
– Educare all’affettività e alla sessualità. Percorsi e proposte (a cura di Marina Calloni, Elisabetta Biffi e Celeste Costantino, Castelvecchi, in uscita


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