Nei giorni in cui l’Ungheria ha abrogato le famigerata legge che “a protezione dei minori” vietava in pratica di parlare e trattare apertamente di ogni questione relativa alle tematiche Lgbtqia+, noi invece abbandoniamo la rete ruropea del garanti dell’infanzia tra le altre cose perché, in un documento di 13 pagine, si usa una volta la parola cisgender. Mi aspetto quindi che a breve abbandoneremo anche l’Onu, dove il termine è reperibile in diversi glossari sui diritti umani e l’inclusione delle Nazioni Unite, qui qualche esempio a caso caso: https://www.un.org/counterterrorism/sites/default/files/hr_internationalborders.pdf; https://www.unfe.org/know-the-facts/definitions/
Toccherebbe anche uscire dall’Europa, perché sono svariati i report del Parlamento Europeo e i documenti in cui si parla di cisgender. E ovviamente è utilizzato dall’Eige, European Institute for gender equality, in diversi dossier.
Il documento contestato è la Dichiarazione sulla tutela e la promozione dei diritti dei bambini e dei giovani LGBTQIA+ approvata a maggioranza dall’Enoc, la Rete Europea dei Garanti dell’infanzia, e a decidere di sbattere la porta è stata la garante nazionale dell’Infanzia Marina Terragni che aveva chiesto che venisse messa a verbale in calce al documento la sua dissenting opinion, cosa che non è stata fatta. Motivo sufficiente per uscire motu proprio da un sistema di garanzia e protezione internazionale, scelta che a molti è parsa personalistica, unilaterale e sproporzionata e ha sollevato proteste e preoccupazioni da parte della rete territoriale dei garanti per l’infanzia e da una pluralità di associazioni che si occupano di bambini. Per tornare all’Onu, l’associazione Defense for Children ha deciso di segnalare il caso al Comitato Onu sui diritti dell’infanzia.
Quello che appare è in tutta evidenza uno scontro ideologico, che riguarda fatti ma anche parole. Stando a quanto dichiarato dalla stessa Terragni in un lungo articolo per spiegare la sua decisione, comparso sul sito del Garante in terza persona, il termine cisgender (che nel documento, dicevamo, compare una volta sola, un’altra volta c’è cisnormative) non andrebbe bene perché «“cis” è termine gergale e non scientifico, ritenuto problematico anche da varie realtà Lgbtqia+, così come il concetto neo-gnostico di identità di genere, assunto senza darne una definizione». Nemmeno identità di genere quindi passa la stretta griglia di Terragni, nonostante sia ampiamente utilizzato anche nella nostra documentazione pubblica, per esempio dall’Oscad, l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori del Viminale, che contempla nella sua casistica di episodi di discriminazione o hate speech l’identità di genere. Saranno male informati.
Tra i motivi di dissenso anche questa raccomandazione, per altro alquanto generica, contenuta nel report Enoc: «Promuovere un modello sportivo inclusivo che sfidi gli stereotipi di genere, incoraggi la partecipazione e sostenga le squadre e le iniziative sportive LGBTQIA+». Cosa ci sarà di sbagliato in una frase così apparentemente innocua e tutto sommato vaga? Per Terragni il problema è quello che non c’è, ossia «prendere chiara posizione rispetto alla controversa questione della partecipazione delle persone trans MtF agli sport femminili, questione che ha condotto varie federazioni sportive a imporre limiti drastici e il Comitato Olimpico Internazionale a stabilire che a partire dai Giochi Olimpici di Los Angeles 2028 la partecipazione alla categoria femminile è limitata esclusivamente a ragazze e donne nate di sesso femminile». Detto che il documento parla in generale di protezione dei diritti dei bambini Lgbtq+ in senso molto vasto senza entrare nelle singole questioni, cosa avrebbero dovuto fare quindi: parlare contro le giovani atlete transgender? O intersex: nota è la feroce crociata di Terragni contro la pugile algerina Imane Kelif ai tempi delle Olimpiadi, quando in base al regolamento allora vigente poteva legittimamente gareggiare.
Ci sono vari altri punti contestati da Terragni, per esempio la raccomandazione di Enoc a non ostacolare a scuola la carriera alias, a fornire ai minori assistenza legale in caso di conflitti con i genitori su questioni identitarie, in generale tutto ciò che riguarda temi contigui alla disforia di genere. Pur valutando positivamente altri passaggi della dichiarazione, il succo della sua dissenting opinion è contenuto nella conclusione: «Non è chiaro quanto di tutto ciò discenda realmente dai principi universali di non-discriminazione, tutela della salute, ascolto del minore e dall’applicazione del best interest of the child, e quanto invece costituisca un’interpretazione contemporanea e ideologica di quegli inaggirabili principi». Insomma il documento sarebbe pervaso di ideologia, immagino qualcosa di simile alla fantomatica ideologia gender, ma questo lo dico io.
L’Enoc avrebbe certamente potuto riportare le critiche, ma non lo ha fatto perché sembra che non lo faccia mai. Terragni poi dice che è una rete informale e non istituzionale e starne fuori non cambia niente. Non la pensano così i garanti regionali dell’infanzia che hanno chiesto una convocazione urgente della conferenza nazionale e la sospensione del recesso. «La decisione di uscire dalla Rete Europea riveste una portata che va ben oltre il singolo documento: incide sul posizionamento dell’Italia nel sistema europeo di tutela dei minori su dossier strategici quali salute mentale, povertà educativa, tutela nell’ambiente digitale, intelligenza artificiale, minori migranti. Un’uscita determinerebbe un oggettivo isolamento, che ritengo problematico e non condivisibile» dice il garante del Lazio Ludovico Abbaticchio.
Molte altre voci si sono levate contro questa scelta, tra cui il Gruppo CRC, che riunisce più di 100 organizzazioni che si occupano di bambini o “anche” di bambini – da Save the Children al Wwf, dall’Agedo all’Istituto Mario Negri – che ricorda come l’Enoc sia stata fondata nel 1997, ed oggi aderiscono 44 istituzioni indipendenti di 34 Paesi membri del Consiglio d’Europa, 22 dei quali dell’UE, con l’obiettivo di facilitare l’applicazione dei diritti e dei principi della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. «Abbandonare un coordinamento transnazionale di questo tipo è una scelta grave che rischia di isolare l’Autorità garante italiana dal confronto europeo e rappresenta un arretramento rispetto al percorso di rafforzamento della cultura dei diritti che il Gruppo CRC ha contribuito a promuovere in questi anni chiedendo, tra l’altro, proprio l’approvazione di una legge che prevedesse anche in Italia un’Autorità indipendente per la tutela dei diritti dell’infanzia». Anche l’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia ha contestato la scelta.
Si tratta di uno scontro ideologico e anche linguistico, che si gioca sulla pelle dei bambini. Ne ha parlato in questi giorni la sociologa Chiara Saraceno sulla Stampa per criticare Lucetta Scaraffia la quale, recensendo il libro-inchiesta di Alessandra Arachi «Bimbi trans. Piccoli corpi grandi bugie», contro l’uso della triptorelina come bloccante della pubertà, tuona contro «l’ideologia, il gender, cioè la possibilità di scegliere la propria appartenenza sessuale». «La disforia di genere, il non sentirsi a posto nel genere assegnato alla nascita in base alla conformazione sessuata del proprio corpo – le contesta Saraceno – è una esperienza di sofferenza, non una ideologia. Ideologia piuttosto è etichettarla come, vuoi un capriccio, una pretesa inaccettabile di scegliersi il proprio genere, vuoi la manifestazione di una patologia psichica». Proprio così, bisognerebbe eliminare la parola ideologia e abbassare la voce quando si parla di questioni che riguardano i corpi e le sofferenze delle persone e rimanere aperti al confronto. Vale anche per il libro di Arachi, che doveva essere presentato a Bologna ma la presentazione è stata annullata tra le proteste di chi lo etichetta come transfobico. Non lo abbiamo letto, ma meglio litigare che imporre il silenzio o fuggire dal confronto.