Zelinda, una donna accanto ai bambini di strada | Giulia
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Zelinda, una donna accanto ai bambini di strada

La collega Francesca Caminoli ha raccontato in un libro intervista la straordinaria vicenda di Zelinda Roccia

Zelinda, una donna accanto ai bambini di strada
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31 Agosto 2016 - 18.07


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Zelinda racconta di Carlos soprannominato Cheyenne, così come ha già raccontato, nel suo modo essenziale e scarno di aggettivi ma ricco di realtà, del Churro, di Cesar, Miguel, Lazaro, Israel, Ricardo, Manuel, Anielka, Daniel, Joel, Wilmer, Karelia, Tatiana, Maria Rosario e d’altri. Ma la breve storia di Cheyenne ti si pianta qui, sulla bocca dello stomaco, e ogni tanto ti ritorna su, proprio come succede ai cibi indigeribili. Terribile, ma la scoprirete da sole se leggete Perché non mi dai un bacio? di Francesca Caminoli. Sottotitolo “Una donna accanto ai bambini di strada” (Jaca Book, 2016, euro 12).

Giornalista e scrittrice – sei libri al suo attivo -, Caminoli, da ottima cronista qual è, scompare dietro a Zelinda Roccia e ne assume la lingua e la passione, senza interferire. Tenacia sarda e sangue da circense, Zelinda capita in questa passione per caso, come spesso succede alle vere passioni, dopo un’infanzia girovaga, una giovinezza rigorosamente extraparlamentare, il lavoro d’insegnante, un po’ di viaggi avventurosi, sino al Nicaragua e a quando il giorno prima di partire per tornare in Italia, racconta, “accadde ciò che mi cambiò la vita…”.

Non ha parole tenere per la cooperazione internazionale e le grandi Ong o per certi volontari snob o immaturi. Può permetterselo, lei che per i bambini di strada ha creato Los Quinchos, un’associazione laica sostenuta da comitati di base italiani che raccolgono soldi con cene, mercatini, adozioni a distanza, ma che ha anche sostenitori in altri paesi. Da un quarto di secolo, ormai. Di bambini abbandonati – anche in tenerissima età – oggi lì a Managua ne ospita oltre duecento, ma a migliaia sono passati fra quelle mura.

Zelinda conta molto sulle donne, quelle con cui lavora, ma anche e soprattutto quelle su cui lavora: “Sono loro la mia speranza più grande per questo paese così machista, le ragazze. Devono rendersi sempre più indipendenti, lavorare… Avere un lavoro però non basta. In Nicaragua ci sono donne di potere che vengono massacrate dai loro uomini, come una commissaria di polizia che è stata ammazzata dal marito commissario, ci sono molte donne deputate ma elette per volere del governo. Devono raggiungere un’indipendenza reale, di pensiero prima di tutto, non offerta dai maschi. Cominciano a vedersi dei cambiamenti. Le ragazze non accettano più supinamente i diktat e i desideri dei maschi. Fanno meno figli. Anche le Yahoskas…”.

Se cambieranno le donne cambia tutto. Anche la vita dei loro bambini. Come quella del piccolino che dà il titolo al libro, mollato in strada per sempre assieme ai fratellini di 4 e 3 anni, a dormire in una ruota di camion, da dove chiedere e ottenere cibo dai passanti. Ma quando una fra loro, Zelinda appunto, dopo aver comprato qualcosa da mangiare fa per andarsene, le chiede un altro dono: “Por qué no me das un beso?”.

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