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Non solo il vocabolario, anche la Costituzione è woke

Depositato un po' il polverone sollevato dal giallo dell'estate, "Che fine ha fatto il woke?" qualche riflessione a margine su un tema, quello del linguaggio, che è stato da sempre al centro dell'impegno di GiULiA giornaliste, fin dalla sua fondazione 15 anni fa

Non solo il vocabolario, anche la Costituzione è woke
Foto di Danny Burke su Unsplash
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Paola Rizzi Modifica articolo

7 Settembre 2026 - 11.07


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Abbiamo passato una estate caliente resa ancor più incandescente dal dibattito sul woke*, per chi ci avesse fatto caso, tra un femminicidio e l’altro. Tema di fondo: il woke fa bene o fa male alla sinistra? Posto in termini più interessanti: fa bene o fa male ai diritti degli oppressi e degli sfruttati e delle oppresse e delle sfruttate, siano essi in fondo alla scala sociale o ceto medio impaurito, anche con qualche ragione, dato il precipitare degli eventi e di tutte le certezze a livello planetario? Un tema caro anche alla presidente del consiglio che ha trovato il modo di parlarne pure nella lunga intervista concessa al New York Times- di cui ha già scritto qui Roberta Lisi – dove si è detta delusa da Trump, con il quale si pensava in sintonia perlomeno su due cose: l’immigrazione e il woke appunto. Evidentemente una priorità della sua agenda geopolitica.  Per l’occasione ha ritirato fuori un grande classico della sua idiosincrasia al femminismo: «Quello che mi interessa è sapere se sono libera di diventare presidente del Consiglio dei ministri….Questa è uguaglianza, non essere chiamata “la presidenta”». Con il consueto errore ortografico.

Sotto la parola ombrello woke ci sono moltissime cose e non è il caso di rifare il riassunto di tutte le posizioni che si sono espresse pro o contro su diversi giornali in questa estate calda, generate dall’ermeneutica di ciascuno pro domo sua, di una frase buttata là dalla dem americana Alexandra Ocasio Cortez sul fatto che il woke è stato «una cosa da pazzi», nel bene e nel male.
Qui seguiamo pedissequamente la nostra presidente che si sofferma sul linguaggio inclusivo, o ampio, come suggerisce la linguista Vera Gheno, come suprema e ridicola espressione del “wokismo”. Questo, per GiULiA, collettivo di giornaliste che sta per superare la boa dei 15 anni di impegno, è da sempre uno dei core business: l’utilizzo, nel linguaggio dei media e non solo, di parole in grado di rappresentare la realtà sociale, in tutte le sue sfumature e complessità, senza escludere, oscurare, offendere, marginalizzare, sminuire o, come va di moda adesso, bullizzare.

La realtà è complicata, ma parlarne in modo adeguato può essere in fondo anche molto semplice: «Il principio androcentrico che ha regolato da secoli il linguaggio e il maschilismo possono spiegare il passato. Il presente lo spiega soprattutto l’ignoranza, anche l’ignoranza di molte donne». Questa frase limpida di un antesignano inconsapevole del woke nostrano, che all’epoca in cui l’ha pronunciata, nel 2014, aveva 94 anni, non era riferita a Meloni, ma vi si legge una certa visione.  Compare in una bella intervista realizzata da Maria Teresa Manuelli in calce al volume curato da GiULiA giornaliste Donna Grammatica Media in cui appunto si parlava di linguaggio corretto e di declinazione al femminile. Ed essendo la lingua, come ci insegna Meloni, anche politica, siamo in pieno politically correct. L’intervistato è Sergio Lepri, giornalista raffinato, dal 1960 al 1990 direttore dell’Ansa, un liberale colto, che ci ha lasciati a 102 anni nel 2022, da sempre difensore a spada a tratta dell’utilizzo del femminile nelle cariche. Non proprio il prototipo dell’agente provocatore wokista.

Lasciamo ancora parlare lui. Alla domanda su quando avesse iniziato ad introdurre il femminile nei lanci dell’Ansa per le cariche istituzionali rispondeva così: «Non ci ho mai pensato, mi è venuto automatico: ho cominciato quando hanno cominciato le donne a ricoprire tali cariche. La prima ministra è stata Tina Anselmi nel 1976. Prima di lei non c’erano ministre. A quel punto credo di essermi posto il problema e di averlo risolto nel modo più naturale: con il femminile così come avveniva in altre professioni». Benedetto uomo. Dovette pure tenere testa a Nilde Iotti e Susanna Agnelli che volevano essere nominate al maschile, ma poi cedettero. Eravamo nel 1979. Le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua di Alma Sabatini, commissionate dal Governo Craxi e mai veramente applicate dalla pubblica amministrazione, sono arrivate nel 1986. L’idea di un linguaggio capace di includere le donne in tutte le loro espressioni è al centro del dibattito pubblico e tecnico linguistico, non solo femminista, da decenni. Non è roba da estremisti, ma da persone aggiornate, preparate e responsabili rispetto all’utilizzo di strumenti delicati come le parole. Diventa, con andamento carsico, un tema ideologico da strattonare di qua e di là perché in tutta evidenza una parte ha deciso di farne un argomento fantoccio per battaglie politiche di cortissimo respiro e tutte centrate sul ripristino di barriere sul noi e gli altri, facili da monetizzare in termini di consenso in questa stagione di passioni tristissime.

Un inciso necessario, visti gli schiaffi quotidiani che ci riserva la cronaca: di un linguaggio rispettoso delle identità e delle differenze abbiamo bisogno come il pane e fin dalla più tenerissima età. Anche per fare prevenzione ed educazione alle relazioni sociali e sentimentali. Lo ha gridato un padre distrutto dal dolore, in un momento in cui contiamo un femminicidio al giorno da parte di uomini che concepiscono le relazioni come atti proprietari. Invece un politico emergente e ormai incredibilmente accreditato anche in consessi prestigiosi va in giro parlando della necessità del patriarcato mediterraneo per difendere le “proprie” donne che sono “esseri fragili”. Ecco, basta un aggettivo possessivo, per porsi in perfetta continuità culturale con chi le donne le uccide. La grammatica è appunto politica.

Ci sono stati eccessi, sempre rimanendo in tema di linguaggio, nel voler includere e in certi contesti, imporre, proprio tutte le millimetriche sfumature dell’identità o smussare qualunque minima asperità che potrebbe essere vissuta come offensiva? Una buona regola, la prova del nove, è mettersi ogni volta nei panni dell’altro, della persona o del gruppo di cui si parla, e vedere l’effetto che fa. E per tenere la barra dritta abbiamo una bussola affidabile. L’articolo 3 della Costituzione recita: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». E’ compito della Repubblica e quindi anche un po’ nostro con tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione, uno dei quali è il linguaggio. Come ha ben spiegato Marco Ladu su Libertà e Giustizia. Alla fine anche la Costituzione è woke.


*Woke (parola dell’inglese afroamericano corrispondente all’inglese awake, ovvero “sveglio”) è un termine nato negli anni ’30 del XX secolo per riferirsi alla consapevolezza delle problematiche relative agli afroamericani. A partire dagli anni 2010, il termine ha cominciato a designare una consapevolezza più ampia relativa alle disuguaglianze sociali come la discriminazione razziale ed etnica, il sessismo, l’abilismo e la negazione dei diritti della comunità LGBTQ. A partire dal 2019, il termine ha cominciato a essere utilizzato in senso negativo da molte parti della destra e del centro-destra politico per riferirsi ai movimenti di sinistra e in generale progressisti al fine di denigrare azioni come di censura, revisionismo e atteggiamenti ritenuti come superficiali o poco sinceri relativamente alle tematiche.(da wikipedia)


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